Pannella: "Il Pd? Vuoto assoluto"

Il leader dei Radicali: "Dagli anni ’60 sogno un partito democratico e
laico, all’americana. Ma questa sinistra si è rivoluzionata solo a
chiacchiere. Franceschini? Un leader di grande esperienza politica
democristiana..."

Roma - Tra un sigaro toscano e un gigantesco piatto di carbonara, alla vigilia del 7° congresso dei Radicali italiani che si apre oggi a Roma, Marco Pannella parla del suo partito e del Pd, di Di Pietro e dei referendum, del caso Englaro e del «nulla» di Walter Veltroni.

Pannella, i rapporti tra i Radicali e il Pd di Veltroni non sono stati facili in questo anno. Con Franceschini andrà meglio?
«Per quanto riguarda noi Radicali, siamo già nella fase organizzativa della lotta per un nuovo regime. Che presume la liquidazione, dopo 60 anni, della partitocrazia; come dopo 20 anni ci fu quella del fascismo. Il nostro congresso italiano è mirato a questo: mobilitare i Radicali, e intorno a loro chi lo voglia, per la liberazione democratica dalla messa a sacco del regime partitocratico. E la sostituzione radicale di una classe dirigente che dopo 60 anni potrebbe altrimenti continuare a produrre degrado e rovine. Lo so, come disse De Gaulle a chi gli chiedeva di abolire i cretini è un vaste programme».

Già, «vaste programme». Ma non ha detto nulla su Franceschini.
«Onestamente, la cronaca stucchevole di questo regime non mi ispira né simpatia né avversione ma solo indifferenza».

È rimasto indifferente anche alle dimissioni di Veltroni?
«Lo ripeto fino alla noia: a me interessa la politica. E nel loft, o come capperi si chiamava, fin dall’inizio ha abitato il vuoto di politica. Di solito riempito da quel che finisce nei canali di scolo della storia».

Eppure lei fu il primo ad auspicare la nascita di un Partito democratico, fin dai tempi della svolta di Occhetto.
«Se è per questo, fin dagli anni ’60 il nostro obiettivo era la riforma americana e due grandi partiti, democratico e repubblicano, uno conservatore e uno riformatore ma entrambi laici e liberali».

E il Pd di oggi non c’entra nulla con quell’obiettivo?
«No, perché in tutte le sue componenti la sinistra partitocratica di oggi, al pari della destra partitocratica, a chiacchiere si è rivoluzionata ma in realtà si è solo meccanicamente adeguata a quel che accadeva nel mondo. E siamo giunti così in mezzo secolo al degrado di un Paese senza legalità e democrazia».

Lei ha convocato questo congresso nel pieno del caso Englaro. Perché?
«Perché durante questa vicenda c’è stato un ulteriore salto di qualità nella capacità degna quasi di Goebbels di ingannare il Paese, dando bestiale forza alla menzogna. Grazie alla quale tutti per un attimo abbiamo avuto il dubbio che davvero Eluana stesse per morire “di fame e di sete”. Guarda caso fu proprio il Silvio nazionale, in quei giorni, a dire “andatelo a chiedere a Pannella come ci si sente dopo quattro giorni di fame e di sete”. Naturalmente nessuno è venuto a chiedermelo, altrimenti avrei spiegato che anche una persona in perfette condizioni, dopo le prime 24 ore, non sente più nulla che somigli a fame e sete».

Vi hanno accusati di promuovere l’eutanasia.
«Vorrei semplicemente ricordare, visto che parlo al Giornale, che uno dei massimi liberali pro-eutanasia, in tempi in cui sembrava una bestemmia, fu Indro Montanelli. E sarebbe forse utile documentarsi sul rapporto straordinario tra Indro e la storia dei Radicali, da Pannunzio a me stesso».

Intanto il Parlamento sta discutendo il testamento biologico. E c’è già chi promette referendum.
«Un referendum comporta preparazione, propaganda, non eccessiva disparità tra le due tesi a confronto, rispetto dei suoi risultati. Insomma, se si vuol decidere di fare un refendum non si può sottovalutare il fatto che democrazia e stato di diritto non ci sono più in questo Paese, pena la morte del regime che li opprime. Ma è anche vero che può servire a costruire momenti di maggior comprensione e conoscenza da parte del “popolo sovrano” della realtà in cui è sommerso».

Eppure c’è chi come Antonio Di Pietro non fa che annunciare referendum.
«Questa storia del Di Pietro referendario è una gran balla, evidentissima a tutti. E infatti non è un caso che, come ieri a Bertinotti, oggi a Tonino, che evidentemente non dà fastidio a nessuno, viene lasciata piena opportunità di fare efficaci e demagogici comizi contro il regime e contro Berlusconi in ogni spazio di RaiSet (Rai e Mediaset, ndr)».

Tornando a Franceschini, ha sentito anche lei una svolta laica nei suoi primi passi?
«Direi che un nuovo leader come lui, di grande esperienza politica democristiana, ha evidentemente ritenuto necessario mostrare maggior considerazione per le posizioni laiche della grande maggioranza della popolazione e della sua stessa base elettorale».

Più di Veltroni?
«Non si può confrontare una politica, quale che essa sia, con il vuoto assoluto, con l’immagine priva di identità del Pd del loft».

E di Berlusconi premier che opinione ha?
«Che non è il genio del male o del bene ma l’ultimo, alto rappresentante della storia partitocratica italiana. E forse non si accorge che la velocità dei suoi trionfi si avvicina sempre più a quella della forza di gravità. Temo che con lui dovrà accorgersene il Paese: i capaci davvero di tutto crollano rovinosamente. Mentre i buoni a nulla dell’opposizione si confondono col fango dell’irrilevanza».

Siete stati con lui, però.
«Abbiamo puntato sulla fase enfaticamente liberale di Berlusconi. Che si chiuse definitivamente nel ’96, alla vigilia delle elezioni, quando Silvio decise di mancare ai patti scritti, che prevedevano un uguale numero di candidati Radicali e di cattolici, e scelse un’altra linea, quella di cui oggi vediamo gli sviluppi. Tre anni dopo noi prendemmo l’8,5% alle Europee, e Berlusconi fu costretto a mobilitarsi, insieme ai “Massimi comunisti”, per impedire la presidenza della Repubblica per Emma Bonino, voluta dal 72% degli italiani. Poi la escluse dalla commissione Ue a favore - guarda un po’ - di Prodi. E infine invitò gli elettori ad andare al mare anziché votare i nostri 20 referendum del ’99, dalla separazione delle carriere all’articolo 18, tutte le grandi riforme che allora Berlusconi promise di fare dal governo e che ancora aspettano di essere realizzate».

Pannella, alle Europee che farete?
«Siamo al solito in una condizione difficilissima. Staremo come sempre a vedere se si aprono falle nel muro anti-democratico, pronti a sfruttarle. Ma siamo già stati a lungo, e scegliendolo, fuori dal Parlamento e lontani dai finanziamenti pubblici, e siamo ancora qui, intenti a mandare a casa lor signori e sostituirli».