Pansa: "I vincitori non hanno raccontato tutto"

Il giornalista che ha ispirato il film di Soavi racconta il suo ruolo di scrittore e soggettista: "La storia del Novecento insegnata da decenni nelle scuole è faziosa e piena di buchi"

Milano - Ormai è tendenza ovunque. Sanguepazzo di Marco Tullio Giordana era a Cannes in maggio; Il papà di Giovanna di Pupi Avati era Venezia in settembre; Il sangue dei vinti di Michele Soavi è stato ieri a Roma: i maggiori festival hanno ammesso con risalto film su e contro l’epurazione selvaggia in Italia del 1945. Lo stesso è valso per la tv, con le due puntate de Il commissario De Luca di Antonio Frazzi, tratto dalle pagine dei racconti di Carlo Lucarelli. A contribuire più di ogni altro alla progressiva fine della rimozione degli orrori antifascisti è stato l’antifascista Giampaolo Pansa: I figli dell’aquila, Il sangue dei vinti, I nostri giorni proibiti, Tre inverni di paura, suoi libri editi da Sperling&Kupfer o da Rizzoli, sono stati altrettanti successi. E i successi in libreria diventano spesso dei film, tanto più quando l’autore è difficile da bollare come scrittore di parte. Infatti Pansa aveva già condannato nei suoi primi libri, come Guerra partigiana fra Genova e il Po (Laterza), seguito da L’esercito di Salò (Mondadori), gli orrori fascisti. Possibile ma nocivo contestargli il diritto di completare il quadro del dolore collettivo con lo schieramento contrapposto, quello dei vinti della guerra civile. Nella guerra internazionale vinti erano stati tutti gli italiani.

Giampaolo Pansa, da saggista a soggettista. Come si sente nel nuovo ruolo?
«Quando il produttore Alessandro Fracassi ha comprato i diritti del libro, mi sono chiesto: chi glielo fa fare? Un produttore pensa a un film per guadagnare...».

E Fracassi magari ci riesce. Nella palude del cinema italiano, un film diverso si noterà.
«Onore a Fracassi, dunque. E qui il film meritava di essere in concorso, anziché solo un “evento speciale”».

Ma il Festival di Roma l’ha preso: fosse anche solo per questo, merita rispetto. Mentre la Mostra di Venezia non l’ha preso. E non aveva molto di meglio.
«In effetti. Il direttore della Mostra, Marco Müller, ha motivato il rifiuto dicendo che da Soavi (già regista dell’orrore, ndr) s’aspettava “un film gotico”. Di gotico però io conosco solo le chiese».

Il film evoca un caso particolarmente simbolico: una famiglia piemontese distrutta dalla guerra civile.
«Il mio libro è un lungo elenco di nomi e orrori, incompleto - mancano Abruzzi, Lazio, Toscana -, ma comunque impossibile da tradurre in un film».

Dunque?
«Massimo Sebastiani, Dardano Sacchetti e io abbiamo inventato il personaggio del poliziotto di Michele Placido, che unisca il passato remoto a uno meno remoto».

Tanti auspicano una «memoria condivisa». Lei ci crede?
«No. Altro che condivisa. L’Italia non è nemmeno pacificata».

Perché?
«Perché chi ha vinto non ha raccontato tutto».

Mafie cultural-politiche vegliano sulla vulgata. Oltre a lei, temono il premio Acqui.
«Si parla tanto di omertà al sud. Si dovrebbe parlare anche di questa, tipica del nord».

Comunque lei voleva incrinare il muro dell’omertà. E l’ha sbriciolato! Che cosa l’ha colpita?
«Le vendite del Sangue dei vinti come libro, che in prima edizione era stato stampato solo in trentamila copie...».

Solo? La saggistica, anche d’autore noto, si stampa in molte, molte meno copie.
«Be’, sì, la mie si sono talmente vendute che nel pomeriggio del giorno d’uscita s’è decisa la ristampa».

Scrivere la verità non serve, se pochi la leggono. Ma lei lo sa. A stupirla è stato altro.
«Sì, sono state soprattutto le duemiladuecento lettere ricevute nei quattro mesi seguenti».

Chi le scriveva?
«Soprattutto donne».

La guerra è affare di uomini.
«Ma i ricordi li custodiscono le donne e in certe famiglie la guerra, specie quella civile, non è finita».

Anche certi conti li regolano le donne...
«Adesso La bambina e il partigiano di Domizia Carafòli, uscito da Mursia, evoca Alfa Giubelli»...

... che da piccola vide uccidere la madre; da grande, la vendicò. Morris West ci scrisse il best-seller «La figlia del silenzio» (Longanesi).
«In effetti la vendetta è la figlia del silenzio, che impedisce perfino il risarcimento morale. O meglio, è figlia del silenzio imposto, che rimosse quegli eventi».

Gli stranieri non ci stanno. Ma anche «Il miracolo di Sant’Anna» di Spike Lee è stato respinto dalla Mostra di Venezia. Un caso?
«Chissà. La storia del Novecento insegnata da decenni nelle scuole è piena di buchi, faziosità, insensatezze. Ciò ha allineato alcuni e ha disgustato altri...».

Lei è dei secondi...
«... Così non sono mai stato invitato a discutere i miei libri in una sezione dei Ds prima e del Pd dopo».

Le pare strano?
«Poiché sono un antifascista democratico, sì».

Dal 1945 sono passati oltre sessant’anni.
«A scrivermi erano e sono figli, nipoti, bisnipoti di vittime».

Che cosa dicevano?
«Dicevano: “Nel suo libro la mia storia non c’è”».

Così ne ha raccontate altre. Senza usare il dispregiativo «repubblichino».
«Ho imparato a non farlo. Coniò il termine Radio Londra per la voce di Umberto Calosso, un antifascista piemontese».

Qual è il suo pedigree?
«Bambino di guerra - ho settantatré anni -, sono cresciuto in una famiglia socialista e ho avuto insegnanti antifascisti in gioventù».

Chi?
«Alessandro Galante Garrone, col quale ho cominciato la tesi sulla guerra partigiana; Guido Quazza, col quale l’ho finita».

Li dica tutti, sia buono.
«Be’, c’erano anche Alessandro Passerin d’Entreves, Norberto Bobbio, Luigi Firpo».

Se avesse avuto vent’anni nel 1944...
«Forse avrei fatto il partigiano».

Per temperamento si definisce...
«...Un anarco-individualista».

Ciò spiega perché lei ha ripreso ciò che altri autori avevano cominciato, senza esser loro vicini per idee.
«Intende Giovannino Guareschi e Giorgio Pisanò?».

Sì. Ma la verità detta da lei è molto ascoltata; quella detta da loro era poco ascoltata.
«Perché i tempi nei quali hanno scritto i loro articoli, pur su testate diffuse, e poi i loro libri, non erano quelli giusti».

Auctoritas, non veritas, facit legem.
«Nel dopoguerra erano vivi molti più testimoni di quanti ce ne siano oggi, ma si voleva dimenticare».

Guareschi e Pisanò sono stati dunque degli inattuali.
«Ma hanno fatto entrambi un lavoro importante. Pisanò ha reso sistematico il suo, riunendo gli articoli. Quelli di Guareschi ho potuto leggerli solo nei volumi postumi che ne raccolgono gli scritti su Candido».

Parliamone.
«Occupandosi degli eventi successivi all’8 settembre 1943, Guareschi definì l’Emilia-Romagna delle stragi del dopoguerra “il Messico d’Italia”».

Per la sua macelleria. Ma prosegua, la prego.
«Guareschi scrisse anche del triangolo della morte quando gli assassini erano ancora all’opera».

Pendo dalle sua labbra.
«C’era anche allora chi cercava di intimidirlo con la diffamazione».

Guareschi era monarchico: per alcuni ciò era sinonimo di fascista.
«Mentre Guareschi non era fascista. Non aveva aderito alla Repubblica sociale e perciò era finito in campo di concentramento in Germania».

Quindi...
«... Odiava i tedeschi».

Emarginare Pisanò fu più facile...
«... Perché in lui c’era la nostalgia del fascismo».

Lei ha gli stessi requisiti di Guareschi, anzi ne ha di più per origini politiche, ma c’è chi la tratta come si trattava lui.
«Però i popoli cambiano, dunque cambiano anche i lettori, che per i miei libri sono tanti, anche se non tanti come i suoi».

A proposito di numeri: quante sono state le vittime dell’epurazione selvaggia?
«Secondo Ferruccio Parri, capo partigiano e poi capo del governo nell’estate 1945, furono trentamila».

Abbastanza da riempire lo stadio di Genova, per citare la città sulla quale lei ha scritto. E fra loro poteva esserci il padre del regista del film da lei ispirato.
«Giorgio Soavi, padre di Michele, ha scritto Un banco di nebbia, libro fondamentale su quelli che vengono chiamati, ma non da me, “i ragazzi di Salò”».

Giorgio Soavi, firma del «Giornale» di Montanelli, dopo la guerra sposò un’ebrea.
«I destini dei singoli sono molto più complessi delle ideologie. Ci si dovrebbe ricordare di più delle persone».

Il senso del suo lavoro in una frase.
«Far parlare chi è stato messo a tacere».