Pansa: "La Sapienza è ostaggio dei balordi che agitano spauracchi del passato"

Il giornalista e scrittore sulle violenze della sinistra all’Università di Roma: è incredibile ma le hanno collegate alla vittoria del centrodestra nella Capitale, ma l'opinione pubblica non si accontenta più della ministra servita nel convento dei monaci rossi:<br />
<a href="http://blog.ilgiornale.it/taliani/" target="_blank"><strong>La Sapienza e il rito dell'intollenza. Dì la tua</strong></a><br />

da Roma

Quando lo raggiunge la notizia che secondo la Demoskopea I tre inverni della paura, il suo «Via col vento sulla guerra civile» è secondo in classifica, Giampaolo Pansa è a Cremona per il festival del racconto, con la sua inseparabile compagna (nonché coautrice) Adele Grisendi. Chiacchiera con Giorgio Faletti e lo motteggia («Ohè, quando hai finito di firmare autografi...»), sospira ironico per qualche ardita minigonna padana («Solo da queste parti, si toccano certi standard...»). E quasi si stupisce per il suo ennesimo successo editoriale: «Posso essere sincero? Non me lo aspettavo».
Subito dopo, quando inizia a ragionare seriamente, collega con un’unica analisi le vicende lontane che narra nel suo libro, la memoria persistente della guerra civile e le campagne giornalistiche di questi giorni. Parafrasando il titolo di uno dei sui ultimi saggi sintentizza: «I gendarmi della cronaca che costruiscono le favole che riempiono i giornali di questi tempi, sono il braccio operativo dei gendarmi della memoria che pretendono di mantenere il tasso di conformismo del nostro dibattito storiografico e culturale». Si parte da lontano.
Cominciamo da I tre inverni?
«Che dire? Quando scrivo un libro non mi metto certo a tavolino, per decidere un tema. Lo faccio perché mi va, punto. Fosse anche la riscrittura di Cappuccetto rosso. Volevo tornare per l’ultima volta, con una saga padana, alle storie di cui mi sono occupato per ben sette libri. Però...».
Cosa?
«Ora mi rendo conto che senza programmare nulla, il libro si è rivelato più attuale di quello che pensassi».
Perché lo è l’idea stessa della guerra civile?
«Perché lo spirito di divisione e di faziosità che si è strutturato in quegli anni, ha attraversato tutta la storia repubblicana fino a oggi. Pensi di scrivere del passato, e invece stai raccontando anche un pezzo di presente».
Se tutti i giornali hanno parlato del libro, questo senso di attualità deve essere arrivato al pubblico.
«Ho contato 32 diverse testate, quasi un record».
E quante stroncature?
«Nessuna. O meglio, una nota di ostilità in un articolo di Bruno Gravagnuolo su L’Unità, molto contrario sia al libro sia all’autore. Cosa comunque è legittima...».
E poi?
«Un articolo molto critico del professor Miguel Gotor, su La Stampa, da cui deduco che l’autore ha capito poco della guerra civile italiana. Se è lo stesso Gotor che ha curato le lettere di Moro...».
È lui. Un brillante studioso.
«Allora mi permetto una battutaccia: se ha studiato con lo stesso acume la storia dei 55 giorni, avrà scritto che Moro è il capo delle Br».
Addirittura.
«Faccio un esempio. Io parlo dei delitti contro i preti. E lui spiega che sono naturali e spiegabili perché apprendevano i segreti nel confessionale, e poi li andavano a raccontare ai nazisti... Francamente è un fumetto. Ma torno a quel discorso sull’attualità».
Prego.
«Primo. Se a quattro giorni dall’uscita questo libro è secondo, è anche perché ormai c’è un’opinione pubblica sempre più vasta, che non si accontenta più della minestra servita in un convento popolato di monaci e vescovi rossi».
Secondo?
«In mezzo secolo, si perpetua una costante: il complesso di superiorità dei migliori che pretendono di egemonizzare la cultura e la politica».
Anche questo è un filo lungo che parte dalla guerra civile dei tre inverni?
«È in quel tempo che queste certezze si sono fatte granitiche, così come il senso della faziosità per cui il mio nemico ha sempre torto perché non la pensa come me, ed è di conseguenza un mostro».
Nel romanzo hai trovato maggiore libertà di racconto rispetto al saggio?
«Sì. Credo che il mio libro sia da questo punto di vista un libro controcorrente, pacifista e revisionista».
I tuoi personaggi non sono intruppati....
«No. Sono donne che avvertono il montare dell’onda di odio collettivo e la temono. Mi accorgo che queste storie parlano al presente con grande forza evocativa».
Anche l’Italia di questi giorni è un Paese in cui si fatica ad accettare l’altro?
«Accipicchia! Con la sinistra che io chiamo regressista fuori dal Parlamento, e quella riformista suonata e ancora sotto choc per la sconfitta, la tentazione di chi ha perso di rifugiarsi nel complesso di superiorità raccontato da Ricolfi cresce ancora di più».
Non ti convincono le campagne sul ritorno della violenza squadrista?
«Ho visto una valanga di titoli surreali! La marea nera, le aggressioni fasciste, i raid... Credo che lo spauracchio dell’uomo nero sia un segno di debolezza incredibile».
Esempio?
«Ho appena presentato un libro postumo di Guareschi: il trinariciutismo è un’altro grande classico italiano. Penso al professor Canfora che ci vuole spiegare che il guevarista del Pigneto è comunque fascista perché picchia».
I fatti della Sapienza?
«Hanno provato a collegarli all’elezione di Alemanno. Ma come si fa? Solo balordi e trinariciuti possono credere che Alemanno rifaccia il terzo Reich. Eppure la leggenda di lupomanno nasce così».
Come giudichi il nuovo sindaco?
«Non lo giudico, perché un mese non è nulla per dare un giudizio. Lo difendo da queste favole, ma gli do un consiglio: lasci stare la toponomastica. In un clima così, intitolare strade a nomi che dividono non è opportuno. La memoria che divide non è fatta per arredare le strade».
Cosa accade nelle redazioni, invece?
«Io credo che con i giornali che perdono tutti copie, la tentazione di vendere piatti intossicati dai sapori forti ai lettori sia grande. Magari per nascondere la pochezza degli altri ingredienti».
La sinistra cosa dovrebbe fare?
«Ragionare sui perché di una sconfitta anziché cedere alla tentazione di delegittimare l’avversario».
Forse sono paure vere?
«Non so. Ma queste elezioni hanno definitivamente provato che il feticcio dell’antifascismo, contrariamente a quello che credono i suoi dirigenti non porta né voti né consensi».
Due anni fa, dopo diversi episodi di intolleranza, rinunciasti a presentare La grande bugia per non mettere a rischio i librai...
«E non solo. Lo spiegai in un capitolo de I gendarmi della memoria. Non era possibile che un libro diventasse un fatto di ordine pubblico, con tanto di scorte e assaltatori».
E per I tre inverni?
«Mi mettono molta fiducia questi lettori che incontro. C’è di nuovo molta voglia di sapere, di discutere, di capire. Ci sto ancora pensando, ma forse ora si può».