Pansa: Veltroni e D’Alema senza coraggio non ammettono gli errori della Resistenza

L’autore del «Sangue dei vinti» ai giovani di Cl: «Ai capi del Pd manca saggezza. Ai vostri coetanei di sinistra i miei libri non li fanno leggere»

nostro inviato a Rimini

Arriva un po’ in ritardo, ma è roba di qualche minuto. Scende dalla macchinina elettrica e si presenta allo stand dei libri. C’è poca gente. L’attenzione dei ciellini, alla Fiera, intorno a mezzogiorno, è tutta rivolta al dibattito in auditorium. Dove Magdi Cristiano Allam, vicedirettore del Corriere, discute di percorsi religiosi con il columnist dell’Irish Times, John Waters. Ma tant’è. Giampaolo Pansa non sembra curarsene. Saluta i presenti al Caffè letterario, ascolta le loro storie, si fa intervistare da Sat 2000. Chi passa da quelle parti lo riconosce, si avvicina. Qualcuno compra uno dei sui libri, esposti all’ingresso («I tre inverni della paura», «I gendarmi della memoria», «Il sangue dei vinti»... ), e si dirige verso l’autore per dedica e firma.
Inizia una processione lenta, continua. Uno, due, dieci, venti. Quasi tutti in soggezione, intimiditi da chi considerano un maestro coraggioso. «Grazie di tutto», «leggo sempre i suoi libri», «mi fa una dedica a mamma Lucia?», «possiamo farci una foto?», e via discorrendo. Lui sorride e racconta. «Sapete, le tre foto segnaletiche di Tito, sulla copertina di Prigionieri del silenzio, le ho trovate proprio io... ». Come va al Meeting? «Mi trovo benissimo, la gente mi saluta, mi ringrazia, mi ferma, mi chiede l’autografo. Non venivo a Rimini dal 1986 e quest’anno li trovo più caldi, coraggiosi, generosi. Davvero, non me l’aspettavo, anche perché viviamo in un Paese in cui tutti se ne fregano».
Chissà. Di certo, ascoltando da vicino le sue parole, sembra che a sinistra continuino a fregarsene di una parte di storia. O perlomeno, pare che continuino a far finta di niente, a non porsi interrogativi sui propri errori, su ciò che avvenne realmente in Italia, e a ridosso dei suoi confini, nel periodo post bellico. Ecco perché il suo tentativo di dare una lettura diversa, forse più completa, anche sulla Resistenza, non è piaciuto. E continua a non piacere. Ostracismo finito? «Non è cambiato nulla», risponde senza tentennare. Ma com’è possibile? I giovani le vengono incontro come fosse un’autorità. «Sì, è vero, ci sono tanti ragazzi che lo fanno. Ma sono quelli di Cl, non certo quelli di sinistra. A loro, i miei libri non li fanno leggere. O li rifiutano, perché si troverebbero dinanzi ad una realtà in cui non credono». Gli resta un po’ d’amaro in bocca, quando lo dice. Poi spiega: «Sarebbe cambiato qualcosa se i capi del Pd avessero avuto più coraggio e saggezza. Sapete, l’ho detto tante volte a Veltroni e D’Alema, chiedendo loro: come pensate che la gente possa fidarsi di voi se non presentate le carte pulite?». E loro, Walter e Massimo, come hanno replicato? «Non ho avuto risposte, ma dicono sempre che devono difendere l’antifascismo». Pansa va avanti. E rimarca: «L’unica interpretazione del fascismo, del dopoguerra, è quella che porta avanti la sinistra. Quella dell’altra parte non esiste. Basti pensare che i libri più forti, per la destra, li ho scritti io».
Intanto, le domande dei lettori e le risposte dello scrittore si accavallano. «Sono una bambino della guerra - spiega il giornalista -. All’epoca avevo dieci anni e ho memorizzato tutto. Ciò che ho visto, infatti, non l’ho più cancellato dalla mente». Perché ha scritto sul dopoguerra solo negli ultimi anni? «Meglio tardi che mai». «Io un grande? Sono un ragazzo di provincia... ». Si va avanti per un po’. Archiviate le dediche, Pansa si congeda: «Devo andare a fare colazione». Risale sulla macchinina da golf. Ma rimane l’ultima cuorisità: quando scriverà il prossimo libro? «L’anno prossimo». Argomento? «Non si dice».