Paola Turci: «Senza paura ora racconto le mie paure»

L’artista parla di «Tra i fuochi in mezzo al cielo»: «Mi sono messa a nudo, ho scritto canzoni spontanee»

Paolo Giordano

da Milano

Ecco, il bello è questo: crescere attraverso la musica, scoprirsi fino a denudarsi, e godere e soffrire facendolo. A Paola Turci, che non ha mai accettato i tric e trac della discografia, le canzoni costano fatica e si capisce anche a metà di questo Tra i fuochi in mezzo al cielo quando canta «e non avrò paura neanche da sola» (da Lasciami credere) facendo capire che per superare la paura c’è voluto tempo, e non basterebbe mai.
«Mi sono spogliata» dice lei ora, prima di spiegare che la voglia di scrivere le è venuta mentre stava «lavorando sulle canzoni d’autore degli anni Sessanta. Sergio Endrigo, per esempio, mi aveva mandato una trentina dei suoi. Insomma, volevo riportare alla luce vecchie storie». E pazienza se in Tra i fuochi in mezzo al cielo è finita poi solo una cover. È quella di Leo Ferrè, forse compresa in scaletta solo per contrappasso: Tu non dici mai niente. Paola Turci invece stavolta parla davvero, talvolta contraddicendosi dolcemente oppure ripetendosi, perché forse - e succede così a chi sa crescere - è entrata nella seconda parte della sua carriera. Nella prima si costruiscono o subiscono paure e si canta di quelle. Poi si inizia a lavarle via e, come dice lei, «io prima ero solo arrivata alle porte chiuse dei miei divieti, della paura di rimanere sola, di morire e via dicendo». Ora si sono aperte e questo è il risultato «anche di un lavoro di analisi». E così, guidata più dal pianoforte che dalla chitarra, la Turci passa al setaccio l’attualità (Troppo occidentale o Rwanda) o la voglia di fuggirne (Dimentichiamo tutto) con un piglio delicato e, per la (sua) prima volta, rotondo e completo. A dare una mano c’è stato anche un viaggio in Vietnam dove «manca l’acqua e la gente muore di malattie che noi qui in Occidente non ricordiamo nemmeno». Girando per le tre province del Nord, dove il tempo s’è fermato al Medioevo, si sono allargati i suoi termini di paragone, è diventato pubblico il suo sostegno all’organizzazione non governativa Ucodep, si sono esaltati quegli istinti che ti portano a scrivere «una canzone in dieci minuti». «Mi è capitato - dice - per Fiore di giardino, che racconta la terribile vendetta di una donna violentata quand’era bambina». D’accordo, i temi mica sono lieti e le profondità spesso accecanti. Ma talvolta basta un accento o un’impennata della voce e in questo disco di Paola Turci anche le parole più buie hanno la forza di arrivare dritte al cuore.