Paoli ridipinge i suoi classici a suon di jazz

Esce «Milestones», il cd dell’artista genovese accompagnato da Enrico Rava e Danilo Rea. In giugno parte la tournée

Milano - Milestones nel senso di pietre miliari? O in omaggio a Miles Davis? Di certo è buona la prima, e tuttavia il richiamo a Miles è inevitabile quando un grande Gino Paoli - presentando in un locale milanese il suo nuovo album, appunto Milestones - intona Time after time, e la tromba introspettiva di Enrico Rava sembra evocare il sommo Maestro. Concorrendo alla rievocazione il pianoforte garrulo di Danilo Rea, le ritmiche funamboliche di Rosario Bonaccorso e Roberto Gatto, il pianoforte di Renato Sellani ospite prezioso del disco. Tutti jazzisti, e di che livello.

Un album eccentrico, questo di Paoli? Mica tanto: l’anima jazz, che qui guida la sua rilettura di grandi pagine sue e altrui, Gino se la porta dentro dall’adolescenza, quando «Lester Young, dopo un concerto a Genova, mi disse: “Per me, suonare il jazz è come pisciare”. Ecco, è così anche per me». Non solo: «Ricordo che nel ’45 vedevi passare carri armati tedeschi e carri americani. Dai primi usciva una musica che non mi piaceva, dai secondi usciva la tromba di Louis Armstrong. Del resto tutti i soldati americani, non so come, sapevano suonare: affollavano i bar angiportuali e avanti con trombe e sax. Io, Tenco, Lauzi ascoltavamo e imparavamo».

Anche da qui nasce questo Milestones ricco di alchimie e di magie, con classici paoliani tradotti in jazz insieme a Quando, di Tenco, e a tre standard come appunto Time after time, I fall in love to easily e Stardust di Carmichael, «col quale sono in debito dal ’60, quando mi mandò a dire che Senza fine avrebbe voluto scriverla lui». Paoli canta a suo modo, e cioè da dio, ché «in mezzo secolo di musica finisce che uno impara a cantare». Del resto il jazzista che è in lui, «smascherato» cinque anni fa da Enrico Rava, aveva già dato prova di sé in altri album o spettacoli, chiamando al suo fianco musicisti come De Piscopo, Sellani, Crovetto, Cazzola, Azzolini e scrivendo in un disco capitale del ’77, Il mio mestiere, due brani emblematici: Signora Giorno dedicato a Billie Holiday, ascoltata nel dopoguerra «in un teatro da due soldi e un po’ di pena / con la tua vita appiccicata a una nota» e nell’occasione fischiata dal pubblico, e l’ironica Io morirò, accadrà «in un giorno dolce come la melassa / con i colori sfatti, un po’ avariati».

Due brani non inclusi nell’album, che comunque ci regala Senza fine tramutata in galoppo fremente, La gatta trascinante di swing, Sassi emozionante, e ancora Il cielo in una stanza, Che cosa c’è, Vivere ancora, Sapore di sale rimesse a nuovo come se il jazz fosse il brodo primordiale dal quale sono nate. Il tutto pubblicato dall’americana Blue Note, la più gloriosa etichetta mondiale di jazz.

Con alle viste un tour che partirà il 15 giugno da Bergamo e si concluderà il 6 settembre a Crema, passando per Milano, Roma, Torino e altre città. Anch’esso all’insegna del jazz perché «oggi che la musica è in crisi gravissima, prigioniera com’è di mode e ripetitività, il jazz è la salvezza: è l’unico genere musicale considerato da chi lo pratica non un mezzo ma un fine, non un lasciapassare verso il successo e la ricchezza ma un piacere a sé stante». Intanto Paoli, settantadue anni pieni d’energia, dopo una serata pucciniana a Mantova e un’altra a Genova dedicata a Umberto Bindi, potrebbe prendere le redini d’un festival musicale voluto sempre a Genova dal candidato sindaco Ennio Musso, «il meno politicizzato e dunque il meno ipocrita dei politici. Infatti io, che ho fatto il deputato per il Pci e tutti sanno come la penso, sono pronto a collaborare con lui, che è della Casa delle libertà. Qualcuno storce il naso? Stronzate: sono solito valutare le persone per quello che sono, non per i partiti cui appartengono».