Paolini liquida la Thatcher citando Gaber

La platea si sta gremendo di spettatori, Marco Paolini, seduto sul bordo del palcoscenico, li accoglie depennando generi alimentari e non dalla sua lista della spesa, riempiendo un immaginario carrello fino allo spegnersi delle luci: ha debuttato così al Teatro della Corte martedì sera «Miserabili: Io e Margaret Thatcher», ballata con testi di Andrea Bajani, Lorenzo Monguzzi, Marco Paolini e Michela Signori, applaudita con tanto calore che Paolini è tornato alla ribalta per un breve bis.
Costruito di canzoni, magistralmente eseguite dal gruppo folk «I Mercanti di Liquore», monologhi, racconti, ora struggenti ora divertenti, lo spettacolo si propone, fin dal prologo in musica dedicato a Marx e al "capitale", di cercare di capire come l'economia abbia inciso sull'evoluzione della società italiana negli ultimi 25 anni. Si parte da lontano, la Belle Epoque, periodo di innovazione tecnologica e benessere, per approdare al 1979, anno dell'avvento al potere della Thatcher e della "deregulation" dell'economia che, in Gran Bretagna, si svincola dallo stato, come farà anche Reagan negli USA di lì a pochi anni. Riappaiono Nicola, Nano, Trevisin, i ragazzi degli Album, divisi tra rugby e ideologia politica negli anni '70: che cosa sono diventati? Ritroviamo Nicola che investe con estrema disinvoltura i propri risparmi in borsa per perderli in qualche crac finanziario. Paolini non indugia però su eventi di cronaca stranoti, né si compiace di parole più che abusate, una su tutte "globalizzazione"; preferisce imbastire uno spettacolo denso e giocato sulla parola, sull'equivoco tra lo "straordinario" lavorativo e lo "straordinario" cimento di Gelindo, che pedala per un km dormendo, mentre le "buone azioni" raccomandate da Gesù nel Vangelo secondo la Thatcher diventano azioni di borsa.
Quando digressioni di economia politica e fisica rischiano di tracimare, subito intervengono la musica e la poesia del racconto a controbilanciarle: così conosciamo Angelino, protagonista di una canzone che riecheggia melodie di De André. Operaio disoccupato, orgoglioso di fronte alla compassione di chi il lavoro l'ha mantenuto, avvilito nel ruolo domestico, è costretto ad accettare un impiego di tre mesi da un'agenzia interinale. Ed è indimenticabile l'immagine di lui intento a servire in tavola, «miserabile Angelino sempre in piedi», proprio quella tavola imbandita a festa dalla moglie che sperava di brindare a un nuovo lavoro. Agenzie interinali e agenzie di viaggio: due facce della stessa medaglia, si occupano entrambe del nostro tempo libero, ironizza Paolini, che dipinge una società di persone intente solo a guadagnare, accumulare denaro e poi ansiosamente cercare "qualcosa da fare". Il tempo è denaro, ma il denaro non è tempo, la sua perdita è irreversibile: questa è la nuova forma di miseria. Il "dialogo" con Margaret Thatcher, evocata da un altoparlante che recita brani di dichiarazioni pubbliche, non c'è, non può esserci: e non solo perché lei, come già Reagan, ha l'alzheimer (che frustrazione che «tutti quelli che hanno combinato questo casino non si ricordino nulla!»), ma soprattutto perché la sua concezione che "esistono l'uomo, la donna, la famiglia" non riconosce società e stato sociale. E proprio a questa idea nel finale Paolini si oppone, recitando "Libertà" di Gaber: libertà è partecipazione, risuona sul palco, mentre l'attore si aggira desolato ripetendo "soli… soli" e scuotendo la testa.