«Paolo Borsellino» ricordi e visioni per un uomo retto

Igor Principe

Tra gli strumenti di interpretazione dell'arte primeggia la catalogazione. Sintetica al punto da sconfinare nel terreno della superficialità; pure, utile per dare un ordine concettuale a quanto si vede e si ascolta tra musei, auditorium e teatri. Riguardo quest'ultimo punto, la voce «teatro civile» è usata spesso per indicare le drammaturgie che trattano con l'immediatezza della cronaca i nodi cruciali della storia dell'uomo.
A volerlo catalogare, Paolo Borsellino Essendo Stato si rubrica sotto quella voce (anche se rimane un dubbio: ma Macbeth, L'avaro o Le Baccanti cosa sono? Teatro incivile?). Scritto e diretto da Ruggero Cappuccio, lo spettacolo prende spunto da un momento preciso della recente storia repubblicana: 19 luglio 1992, ore 16.58. È quello l'attimo in cui a Palermo, in via D'Amelio, salta in aria l'auto imbottita di tritolo che uccide il pubblico ministero Paolo Borsellino e gli uomini della scorta.
In verità, l'aggancio con il cosiddetto teatro civile si ferma al dato temporale. «Il resto è tutto lavoro di fantasia», spiega Massimo De Francovich, che lo mette in scena nelle vesti di interprete al teatro Paolo Grassi da stasera al 19 marzo. «Cappuccio sa praticamente tutto di Borsellino, ha parlato con i suoi familiari e con chi gli era più vicino - prosegue l'attore -. Ma invece di costruire un testo che ne ripercorresse la vita come in un film o una fiction, ha preferito affidarsi all'immaginazione e all'evocazione teatrale, immaginando il magistrato come un personaggio del teatro moderno classico».
La precisione impone di rimarcare un dettaglio: il punto da cui muove la vicenda non coincide con l'esplosione della bomba ma con il decimo di secondo che la precede. Da lì, il tempo si dilata nella ricostruzione di un passato fatto di ricordi, visioni e previsioni. «Che non sono da intendere in maniera filologica - prosegue De Francovich -. Ogni parola è frutto della suggestione di Cappuccio, che ha ricostruito un "suo" Borsellino basandosi su quanto ha letto e appreso dalle conversazioni di cui ho detto. Posso dire, però, che quando abbiamo debuttato due anni fa al Festival di Benevento la vedova del magistrato è venuta in camerino a dirci quanto avessimo fatto rivivere la figura di suo marito. Insomma, pur nel volo di fantasia qualcosa abbiamo centrato».
Il punto è capire cosa sia quel «qualcosa». «Forse è l'immagine di Borsellino come una specie di filosofo che si abbandona a una riflessione lucida e amara - dice il protagonista -. Non tanto di natura politica sull'Italia di allora, quanto sulla sua condizione personale. Il giudice sente la sua solitudine, ne fa una disamina accurata e la denuncia. Soprattutto, è sicuro che non molto dopo la morte di Giovanni Falcone verrà il suo turno. Eppure va avanti, perché si sente fino in fondo servitore dello Stato».
Solo sulla scena in un lungo monologo che sacrifica la musicalità della cadenza siciliana ad una lingua italiana neutra e, in taluni punti, quasi aulica, De Francovich racconta la parabola di Borsellino interrotto qua e là da un coro di cinque attrici, loro sì avvinte al dialetto isolano arcaico.
Qualche visione, s'è detto, fa capolino tra le varie scene. «Una mi ha colpito, tra tutte - spiega -. Il tribunale di Palermo si trasforma in un immenso edificio bianco, e uno dei giudici veste un camice da primario. In ogni stanza, vivi, si muovono tutti coloro cui la mafia ha tolto la vita. C'è Mauro Di Mauro, Rosario Livatino, Rocco Chinnici, e ovviamente Falcone. È una lista impressionante, che ti fa capire quante persone abbiano sacrificato se stesse in quella guerra».