Paolo Nori non racconta Bologna ma lo fa molto bene (sintassi a parte)

Paolo Nori se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Chi altri avrebbe il coraggio di definire il proprio libro un fallimento? L’autore stesso ci fa sapere, nella nota finale di Siam poi gente delicata (Laterza, pagg. 155, euro 9), che il sottotitolo doveva essere «Fallimento di una guida della città di Bologna». Poi in Laterza hanno pensato che una simile definizione avrebbe respinto i lettori e il sottotitolo è cambiato in «Bologna Parma, novanta chilometri». Peccato, perché Nori aveva visto giusto. Siam poi gente delicata come guida di Bologna è un disastro. Intendiamoci: non che Nori dia informazioni sbagliate. Non dice che il piatto tipico petroniano sono le orecchiette con le cime di rape o che il massimo scrittore bolognese è Andrea Camilleri. No, niente di tutto questo. Semplicemente, riguardo a Bologna, non dice nulla.
Se Nori non ci fosse bisognerebbe inventarlo, solo lui è capace di teorizzare simili assurdità: «Qui non si prova a scrivere una guida senza riuscirci, qui non ci si prova neanche». Bisognava però avvisare il grafico della Laterza che invece in copertina ha piazzato le Due Torri inducendo un citrullo come me (e chissà quanti altri) ad abboccare. Nori parla di tante città: San Pietroburgo, Voghera, Piacenza... La riflessione più compiuta è riservata a Genova, capriccio che viene giustificato con qualcosa di molto simile a una presa in giro: «Avere una guida di Bologna che parla di Genova può essere solo un vantaggio». Nel libro c’è anche l’incontro surreale con l’editore che domanda a Nori se conosce Umberto Eco o Bifo o Carlo Lucarelli o Simona Vinci o Enrico Brizzi o Francesca Mazzucato o i Luther Blissett o Massimo Fois, insomma un autore bolognese purchessia, e lui ammette di non conoscere nessuno.
Non conoscendo nulla della città che dovrebbe descrivere non gli resta che parlare di se stesso, la cosa che dal suo esordio (1999) gli riesce meglio. Gli riesce talmente bene che la sua prosa divagante e squinternata vanta ormai numerosi tentativi di imitazione. L’ultimo emulo è il piacentino Paolo Colagrande, premio Campiello opera prima con Fìdeg (Alet edizioni). Ma finora nessun allievo ha superato il maestro, soltanto Nori riesce contemporaneamente a esasperare e ad avvincere il lettore, parlando di gatti e degli anni che passano, di Tolstòj e della Telecom. Ci sono momenti in cui ti viene voglia di picchiarlo, a esempio quando si dilunga sui problemi intestinali del suo gatto o quando la sintassi gli scappa definitivamente dalle mani: «Poi delle volte mia figlia forse per l’accordatura coi suoi coetanei che ha avuto per il fatto di aver fatto l’asilo una volta un bambino americano con una mamma americana si è messo a piangere allora sentire un suo coetaneo che piangeva anche mia figlia stava per mettersi a piangere anche lei».
Col suo scrivere riproducente il parlato, con la sua idea molto personale di punteggiatura, coi suoi discorsi diretti che non si capisce dove cominciano, con la sua impermeabilità al congiuntivo, Nori non diventerà accademico della Crusca ma possiede uno stile ipnotico che sequestra il lettore. Nori se non ci fosse bisognerebbe inventarlo ma il lettore stia in guardia: se ha bisogno di una guida di Bologna ne compri una del Touring Club.