Paolo Pillitteri Così aprii la città agli «invasori»

Nel 1970 ero assessore alla cultura da pochi mesi e non avevo ben chiaro di che si trattasse. C'erano state le elezioni amministrative e una largo rimaneggiamento nella nuova giunta presieduta da Aldo Aniasi. A me,che ero il più giovane, era toccato un assessorato con un punto interrogativo: Cultura, Turismo e Spettacolo. Il sindaco mi aveva garantito il suo appoggio. Mi trovai sul tavolo un appunto generico che riguardava il «Festival del decennale nuovorealista» di cui sapevo poco o nulla. Sapevo, a spanne, chi fossero Cesar e Yves Klein perchè me ne parlavano i colleghi critici cinematografici francesi a Cannes (per anni avevo fatto quel mestiere) ma ignoravo l'esistenza di Restany, tanto per dire. Nel frattempo ero letteralmente braccato da un gallerista a cui la città doveva molto per aver prodotto mostre contemporanee di rilievo internazionale. Era Guido Le Noci della Galleria Apollinaire. Mi spiegò, raccontò, mostrò, parlò: «Fontana e Christo, Cesar e Arman, Rotella e Baj e Spoerri, ascolta un parere (mi diede subito del tu) anche di Dino Buzzati...». Mi disse: devi assolutamente incontrare Pierre. Pierre era Restany. «Lui è il capo, il maestro, l'autore del Manifesto del Nouveau Realisme. Movimento che è nato a Milano, qui, in questa città nel 1960; ecco il perchè del decennale».
Una delle prime ipotesi di fattibilità della mostra venne alla luce nella penombra del Charlie Max, un locale davvero speciale sotto l'Arengario, con ristorante e ballo, ma discreto ed elegante, come il suo proprietario, Carlo Massimo Asnaghi, grande amico di Restany e artista, scultore, pittore di vaglia. Pierre cenava spesso in quel ritrovo. Avevo seguito il consiglio di Paolo Grassi: «Fidati di Le Noci e di Restany». Cosicchè il Nouveau Realisme fu un battesimo, una scommessa. Sì: fu una scossa, e che scossa!
L'ouverture,alla Rotonda di Via Besana appena restaurata, avvenne nel segno del fuoco: la scultura di fuoco in memoria di Yves Klein nel giardino e, all'interno, tutta l'esposizione storica. Per la prima volta, e da giornalista cinematografico ne sapevo qualcosa, una mostra diventava un evento mondano in cui le star erano gli artisti, lo si notava dal numero incredibile di fotoreporter. Ma il bello doveva ancora venire. E fu un crescendo. L'impacchettamento di Christo del Monumento a Vittorio Emanuele in Piazza Duomo (c'è una foto con Cesar e me) provoca la prima grana, preceduta da una telefonata di Aniasi: «C'è una denuncia dei Monarchici, che è successo al Monumento? Che si fa?». Si impacchetta il monumento a Leonardo da Vinci, in Piazza Scala. Tanto,commentava sorridendo Ciro Fontana, collaboratore di Aniasi e mio amico, come monumento non è un gran che, lo chiamavano: un liter in quater. Durante la notte ci fu un principio d'incendio. Mimmo Rotella strappava una fila interi di manifesti a Brera e Niki de Saint Phalle sparava su rilievo bersagli, un altare laico, in Galleria, mentre, sempre in Galleria, Cesar produceva una tripla espansione e Arman distribuiva miniaccumulazioni di "spazzatura"....La stampa seguiva, eccome. Enzo Tortora, sulla "Nazione" scrisse che da impacchettare c'era un assessore non ancora trentenne. Dino Buzzati, sul "Corriere" spezzò invece una lancia in favore del movimento e del "Wrapped monument to Vittorio Emanuele" di Christo, sostenendo che «così impacchettato era molto più bello».
Poi venne la sera in piazza Duomo col "monumento effimero autodistruttibile in 29 minuti" di Tinguely. «Che sarà mai?», chiedevo a Le Noci e Restany. «Vedrai,vedrai...». C'erano migliaia di persone, avevano detto che arrivavano i fuochi d'artificio, il monumento era nascosto da un'alta impalcatura. Poi Restany specificò, masticando le parole col sigaro in bocca, che si trattava del monumento alla fertilià. Infatti: si alzarono i primi fuochi ai lati dell'impalcatura, e si incominciò ad intravedere una sorta di enorme fallo da cui uscirono, a ripetizione, esplosioni, fiumi di fuochi artificiali luminossimi e altissimi che superavano la Madonnina. L'abbiamo fatta grossa, pensavo. Il giorno dopo mi chiama un allarmato Aniasi: «Cosa è successo ieri sera? Cosa avete fatto in Piazza Duomo? C'è subbuglio in Curia, un amico giornalista ha detto che il cuore del Cardinale sanguina». «Ma a quell'ora non dormiva?», buttai lì. «Paolo, per favore!».
Il giorno dopo invitai a colazione al Saint Andrew's Monsignor Ernesto Pisoni, presidente della Pro Juventute Don Gnocchi. Pisoni era un giornalista eccezionale, un finissimo uomo di cultura, un intellettuale tollerante, soprattutto era un prete amico. Sapeva cosa era successo, forse aveva visto. «E allora?...» gli chiesi. «Ti rispondo come Padre Cristoforo -rispose- omnia munda mundis». Meno male. Alla sera ci fu,per chiudere, e al Biffi in Galleria, l'ultima cena, il banchetto funebre del Nouveau Realisme di Daniel Spoerri: che sotterrò la festa ma non il suo ricordo e ancor meno la forza prorompente di quel grande movimento.