Paolo Poli: "Macché attore, sono un fantoccio"

Il mattatore in scena a Milano con "Il mare" fino al 9 gennaio. "Ormai
mi sento più che altro un giocoliere". E riassume il suo oltre mezzo
secolo di carriera: "Sono rassegnato: ho capito che il mio è un eterno
presente"

Il suo camerino non è come ci si potrebbe aspettare, l’antro dell’apprendista stregone. Somiglia invece a un ufficio candido come la neve dove ogni cosa profuma d’ordine come il letto disseccato di un fiume. Coi suoi ciottoli levigati dal vento che si sono tramutati in pinze, matite, ciprie ed unguenti per consentire al padrone di casa il suo magico incedere tra maschio e fauno, o peggio tra principessa e matrigna, non appena entra in scena sgranando quegli occhioni di brace che incantano il pubblico da...
Da quanti anni, signor Paolo Poli?
«Mio caro, non avrà intenzione di rivangare il passato? Il tempo, l’ha capito o no, ignora i nostri miseri sussulti verbali. Basta dire una parolina e, puff, l’oggi è già diventato una mummia, non è d'accordo?».
D'accordissimo. Ma ciò non toglie...
«Non toglie che? Su, andiamo. Viviamo tutti un eterno presente anche se, ogni giorno che Dio manda in terra, dobbiamo rassegnarci all’incomodo di un callo o all’affiorar di una ruga. Colpa della natura che non lascia tregua a nessuno e, con le stagioni, imperversa anche su noi giocolieri».
Usa la parola giocolieri al posto della parola attori?
«Attore, che espressione abusata! Quando tutti noi che calpestiamo queste povere assi non siamo altro che dei fantocci, ahi ahi ahi, come la signora Ortese che mi sono illuso di evocare stasera».
Già, proprio la Ortese, l’autrice del Cardillo addolorato, al centro del suo nuovo spettacolo Il mare, in sala all’Elfo Puccini di Milano fino al 9 gennaio. Mi vuol dire come mai, dopo Rita da Cascia e Caterina de’ Medici, ha deciso di annettere una scrittrice alla sua collezione?
«Ma la mia più che una collezione è una collazione, amico mio! Si è scordato che giusto un anno fa, oltre ad evocare Parise, ho citato post mortem la Cederna e, che Dio ce la conservi, anche la Aspesi?».
Ma stavolta lei fa qualcosa di più: oltre a ricordarci il personaggio della scrittrice dà fiato e voce a quelle figurine di contorno che spuntano come funghi dalle pagine del Mare non bagna Napoli. Vero o falso?
«Pare proprio sia vero, ahimé. Anche se a mia discolpa posso invocare il fatto che la storia di uno scrittore non si riassume in ciò che ha fatto nella vita ma in ciò che ha messo sulla pagina. Rendendo le creature scaturite da un angolino della sua mente più vive di qualsiasi neonato che strilla a perdifiato notte e giorno».
Non mi dirà che le sante e le regine fanno eccezione alla regola.
«Ma certo! Chi vede Dio, con quel celeste raggio che non l'abbandona mai, non ha bisogno di calarsi nella realtà. Come chi inalberando una corona può illudersi,per qualche tempo, di decimare tutti i popoli della terra».
Che brutta opinione ha dei nostri simili.
«Brutta? Al contrario, ne ho una bellissima! Come quando mi si chiede come collochi l’omosessuale nel mondo».
Mi dica.
«Quanta fretta! Basta guardar la natura. Dappertutto ci son piante frondose che sfornan fiori e frutti e teneri arboscelli che si addobbano solo di petali. Io faccio parte della seconda categoria:quella che si schiude a primavera e tramonta, ma con grazia, in autunno».
Mi sembra di ascoltare un filosofo del Sol Levante: è proprio sicuro di essere nato in Italia?
«In Italia forse, a Firenze poco ma sicuro».
Crede di essere un predestinato?
«Mi dica lei se, col mestiere che faccio, avrei potuto destarmi alla vita in un luogo diverso dalla proda dell’Arno coi negromanti che leggevano le stelle e i Medici che mandavano papi a Roma».
A sentirla vien voglia di chiederle un'opinione politica: possibile che Paolo Poli non abbia una ricetta per uscir dalla crisi?
«Le ricette van bene per le torte, e a volte nemmeno per quelle se il cuoco non ci mescola la luce dell’ingegno. Speriamo che questo insostituibile ingrediente non ci venga a mancare».
Ma come rimedieremo?
«Via via, non facciamo le cartomanti! Lo sa o no che la cosa più difficile da comprendere è il nostro io?».
Come mai? Dovrebbe essere tanto facile.
«Ma se non ci conosciamo ancora! E ogni volta, sia pur in minima parte, agiamo in modo diverso come se non ci fossero mai cresciute le vertebre!».