Paolo Rossi: «Mai stato comunista»

da Milano

«Mai stato comunista». Lo dice il comico Paolo Rossi in un’intervista che compare sul numero dell’Espresso in edicola da domani. All’intervistatore che gli fa notare la diffusa diversa opinione su di lui, risponde: «Forse perché sono stato anarchico da ragazzo. Devo la mia educazione politica a Remo, un anarchico ferrarese di quelli veri. Seppe riprendermi anche da una sbandata comunista: dopo essermi trasferito a Milano negli anni Settanta, un giorno torno a Ferrara e gli dico: “Remo, non sono più anarchico, sto con i comunisti”. Lui mi risponde: “Mah, tra 20 anni il Partito comunista non ci sarà più e gli anarchici si”. Aveva ragione».
Rossi ricorda anche il passato nella brigata Mussolini di suo padre. Un problema avere un padre repubblichino per un ragazzo degli anni settanta? «Non per me. Trieste e i giuliani mi hanno allenato alle diversità molto prima che la politica sdoganasse gli ex ragazzi di Salò. Mio padre, che ora ha 92 anni, ha scritto un libro nel 2001 che si intitola “Prigioniero di Tito”. Racconta la sua deportazione e il caos di quegli anni, con i buoni e i cattivi equamente distribuiti. Io sono nato perché i miei si sono conosciuti in una sezione di quel partito. Si sono poi amati tutta la vita». Sul fronte teatrale in senso stretto Rossi, quanto ai suoi maestri afferma: «Da Fo ho preso l’affabulazione, da Gaber il rigore, da Jannacci la follia, da Strehler la teatralità». Al teatro Rossi riconosce poi il merito di averlo «salvato». Da cosa? «È inutile negare che ho conosciuto la droga. Nell’ambiente ne girava parecchia. Ma siccome mi toglieva dal teatro, ho fatto vincere quest’ultimo».