Paolo Sorrentino: "Il mio Andreotti sembra Kissinger"

Intervista al vincitore del premio della giuria di Cannes: "Garrone ha una linea naturalistica. Io giro in modo più spettacolare". Poi rivela: "Voglio fare un film comico per la Mostra di Venezia"

Cannes - Il giorno dopo la premiazione piove sulla Croisette. Palma d'oro domenica notte, cielo d'argento all'alba di lunedì. Nelle strade stanno tornando la normalità di cittadina mediterranea in uno Stato ordinato e la pulizia da clinica, che meglio dei cartelli indica come la frontiera italiana sia ancora lontana.

Arroccata in un paio di alberghi, la vittoriosa falange di Cinecittà pensa però ad altro: dorme sugli allori di due premi del Festival su due film in concorso; forse sogna che qualcuno gli prepari le valigie e paghi il conto, sempre più salato.

Di ceppo ligure-rivierasco, disincantati e distaccati, les français contano gli incassi della sera prima, consapevoli che altri così verranno solo da luglio. Qualcuno, più curioso, si chiede perché rari italiens ancora nelle strade siano in smoking per la prima colazione e siano così allegri. In qualche caso informo - personalmente e scrupolosamente - i locali viandanti. In una vetrina scorgo riflesso un tale con l'aria serena. Mi accordo che sono io, che di solito patisco i Festival, tutti. Infatti, anche se non sono un falangista di Cinecittà, il premio della giuria a Il Divo di Paolo Sorrentino ha toccato anche me. Eppure per Giulio Andreotti ho stima, quasi affetto. Nel riconoscimento al Divo non vedo un’ingiuria contro di lui, ma una bella «vendetta» di Sorrentino per i fischi che qui avevano accolto Le conseguenze dell'amore e L'amico di famiglia. Avrei schiaffeggiato i giornalisti sibilanti. «Vaste programme!», mi ero poi detto in un sussulto di francofonia, rinunciando a riproporre a Cannes un aggiornamento della disfida di Barletta: nessun emulo di Massimo d'Azeglio l'avrebbe infatti mitizzata. Anche questa una conseguenza del dolore, se non dell'amore, per il modo di fare cinema così alto, così originale, così sorrentiniano.

Signor Sorrentino, Giulio Andreotti sta convergendo sul suo film. A modo suo: convergenze parallele.
«Ho scritto e diretto il film non contro di lui, ma per raccontare un decennio di storia italiana, che pareva l'ultimo di cui Andreotti fosse protagonista. Invece ancora per il governo Prodi era decisivo lui, col suo voto al Senato».

Andreotti ora accetta il personaggio di Servillo. Ha detto del vostro film: «Meglio uno scherzo che una cattiva azione». Non lo giudica dunque più «una mascalzonata».
«Ne sono contento. Di Andreotti, o meglio del suo personaggio nel mio film, posso aggiungere, facendolo mio, il paragone che ha suscitato in Sean Penn, presidente della giuria del Festival».

Quale?
«Quello con Henry Kissinger».

Bell'analogia. Kissinger faceva grande politica, non grandi errori come i successori. Nessuna incomprensione del Divo da parte degli stranieri dunque.
«Almeno per gli stranieri che lo hanno visto al Festival e l'hanno giudicato da giurati o da critici. Prima, ero preoccupato e lo erano anche i giornalisti italiani».

Conoscendo solo il soggetto e ignorando lo stile dei suoi film precedenti, si poteva immaginare un biopic alla maniera di quelli di Giuseppe Ferrara.
«Un film biografico sì, ma a modo mio. Non ho mai pensato invece a un film realistico. Volevo dare una dimensione spettacolare alle stanze polverose del Potere».

Ricevendo il premio, lei ha ringraziato i suoi collaboratori...
«... A cominciare da Toni Servillo, grande amico, grande consigliere, grande attore».

Tutti erano chiamati solo per nome nella lunga lista. Specifichi, per favore.
«C'erano moglie e figli. Poi Eraldo, il capo macchinista che è con me fin dal primo film».

E c'era Thierry...
«...Frémaux, delegato generale del Festival».

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«Lui mi ha difeso sempre e comunque. Dovevo ripagarlo della fiducia. Il premio mi ha sollevato dalla sensazione di dover fare anch'io qualcosa di utile per lui».

Premio della giuria a lei, gran premio della giuria a Matteo Garrone.
«Garrone ha una linea semidocumentaristica, naturalistica, diversa dalla mia. Il mio modo di girare ha un'ambizione più spettacolare».

Il suo prossimo film sarà...
«...comico. Di un comico che possa andare a Cannes o a Venezia».