PAOLO VIRZÌ

Il regista sta scrivendo la sceneggiatura di un film autobiografico ambientato nella sua città: «Ho cominciato ad amarla solo dopo essere andato via sbattendo la porta»

da Roma

La forza del carattere s’impone in Paolo Virzì, il cui cinema rivela una fluidità senza ostacoli e senza sforzi, tanto che si parla di un suo preciso tocco, assegnabile unicamente ai suoi film, commedie dove tutte le parti incarnano la civiltà e l'inciviltà italiane. Basti pensare all’ultimo Tutta la vita davanti, che ha messo in chiaro i meandri bui del lavoro precario nei call-center, ma sempre con quel larillalléro in testa, quell’ironia profonda mai trita che è segnacolo di ogni avanguardia tendente al classico. Al regista siculo-labronico classe 1964 tale molla irridente, con lo stile da «padroni merdoni» che però non ammorba l’aria di sociologismi marxiani, scatta a Livorno, la sua città-armatura dove si rifiata appena la Cinelandia romana lo asfissia. I livornesi dicono «deh», parlando a mano aperta, per far vedere che non imbrogliano; chiamano «tegame» la mamma, se annoia (col recipiente da cucina alludono all’apparato genitale femminile) e adesso che comincia il freddino si bevono un «ponce mèzzo e mèzzo», il livornesissimo caffè corretto con metà rhum e metà anice. Gente tosta, dunque, vero popolo con certe belle ghigne, qua e là trucide, come piacciono all’artista, tornato nella città di Modigliani, da dove iniziò la propria avventura. Con Ovosodo, film del 1997 che segnalò Virzì a Venezia (Gran premio speciale della giuria), si capì che era arrivato qualcuno in grado di partire da un quartiere della periferia livornese e raccontarti il mondo. «Son venticinque anni che cerco di scappare da qui e non ci riesco!», fa lui, concordando con il jazzista Stefano Bollani le scene del suo documentario L'uomo che aveva picchiato la testa, finanziato dalla sua casa di produzione «Motorino amaranto» (dal soprannome di Magnozzi, mito del calcio livornese) e dedicato alla rockstar Bobo Rondelli, che impazza su YouTube con simpatiche esibizioni, tipo «Me clown, te Down». Ma il documentario sul cantautore, che negli anni Novanta firmò la hit da cui il titolo, serve a Paolo per prendere la rincorsa verso il prossimo film autobiografico, distribuito da Medusa l’anno prossimo.
Caro Paolo Virzì, riparte da dove è venuto?
«Quest’estate il mio ex compagno di scuola Bobo Rondelli, per gli addetti ai lavori uno dei più bravi rocker italiani, che riempie stadi e arene, mi ha fatto ascoltare le sue canzoni. E m’è venuta voglia di raccontare l’irriverente balordo, che non vuole lavorare, protagonista de L'uomo che aveva picchiato la testa. Faccio una piccola parte anch’io: suono la chitarra».
La sua è una famiglia che ama la musica?
«Sì. Mia figlia Ottavia suona il basso nella band Girls in the garage, mia madre cantava con Teddy Reno e io da adolescente scrivevo canzoni tristi».
Al centro del suo futuro film autobiografico, ancora senza titolo, ci sarà un artista che non ubbidisce alle leggi del mercato, come Rondelli?
«Per ora posso dire soltanto che, insieme allo sceneggiatore Francesco Bruni, mio amico da quando avevo quattordici anni, sono in fase di scrittura d’una storia di formazione. E che il fantasma dell’identità m’insegue e mi riporta qui, dove son nato. Tra i circoli delle Case del popolo, farò un ritratto della Livorno più schietta, quella dei quartieri a nord, dove trovo una riserva indiana di umanità, refrattaria alla modernità. Amo questa spavalderia, ribelle di folle orgoglio».
Le costò lasciare Livorno, a 21 anni, per approdare a Roma, a fare cinema? Di fatto, la Caterina che va in città, come nel suo film, è lei?
«Ho cominciato ad amare questo posto quando sono andato via, sbattendo la porta. Livorno, in realtà, mi proteggeva. Come capisce Caterina, che lascia il paese per la capitale, inizialmente ostile. Ieri c’era il derby Livorno-Pisa e sono andato a vederlo al bar, con gli amici, poiché lo stadio è chiuso per motivi di sicurezza, e ho sentito tutto il mio spirito d’appartenenza a questa città senza prospettive, senza futuro, senza lavoro, ma così vitale».
Il lavoro è tema centrale della sua filmografia. Della vicenda Alitalia, che idea s’è fatto?
«Da spettatore divertito. Invece di fare una battaglia, giovevole all’Italia, si fa una battaglia di propaganda. Anch’io faccio un lavoro precario, ma se il sistema è solido, la flessibilità non è una tragedia».