Paolo Vita-Finzi, l’ironico gusto di «Giorni lontani»

Paolo Vita-Finzi non poté vedere il suo ultimo libro che aveva intitolato Giorni lontani; esso apparve per i tipi del Mulino tre anni dopo la sua morte, avvenuta nell’agosto del 1986. Era la sua autobiografia, ma non soltanto: era anche una cavalcata nel secolo XX, rivisto con straordinario spirito critico, non privo di una disincantata ironia.
Nel rievocare gli eventi che aveva vissuto o a cui aveva assistito, Vita-Finzi portava infatti lo stesso sguardo penetrante e divertito con cui aveva scoperto e messo in luce le «cifre» di poeti e prosatori, ma anche di politici e filosofi che aveva magistralmente «pastiché» in Antologia apocrifa, forse l’opera sua più nota. Poche delle personalità che s’incontrano in Giorni lontani, se le avessero conosciute avrebbero preso le sue descrizioni con lo stesso spirito di alcuni degli autori che egli aveva parodiato. Marino Moretti ed Aldo Palazzeschi, ad esempio, avevano voluto fargli sapere di aver apprezzato le sottili prese in giro del loro stile; Trilussa era stato talmente entusiasta dei sonetti attribuitigli che aveva voluto riconoscerli come suoi, firmandone uno. È vero che altri, come Mario Missiroli e Alberto Moravia, non avevano gradito la caricatura con cui la penna aguzza di Vita-Finzi aveva messo a nudo i loro tic stilistici. Non conosciamo quale sia stata la reazione di Benedetto Croce: la sua tesi sull’ufficio del male, che sarebbe necessario all’affermarsi del bene sino ad esserne parte essenziale, veniva esemplificata con la micidiale frase «allo stesso modo in cui un cannibale in certo senso può includere un missionario».
Se nell’Antologia apocrifa gli incontri di Vita-Finzi con i contemporanei avvenivano attraverso le loro opere, nei Giorni lontani essi sono personali; vi sono i comunisti conosciuti nella «torva Torino bolscevica» degli anni Venti, come Antonio Gramsci «che assomigliava a Marat», Piero Gobetti, «il cherubo giansenista... un giovane alto e magro, con gli occhiali a stanghetta, che potrebbe sembrare un seminarista se non fosse per il ciuffo dei capelli biondi e un po’ arruffati che gli cade sulla fronte» e Togliatti, «un giovanotto smilzo con gli occhiali». Era lui che durante l’occupazione delle fabbriche interrogava i sospetti che gli capitavano a tiro, compreso lo stesso Vita-Finzi, reo di portare il nastrino di combattente, «e sembrava un commissario di polizia» (evidentemente una vocazione che non sarebbe mai stata tradita).
Poi da diplomatico ed esule l’autore avrebbe conosciuto e descritto altri personaggi: da Hitler «con gli occhi grigio-azzurri... di corporatura alta e robusta, ma che nel muoversi aveva qualcosa di rigido ed impacciato», a János Kádár, dal «volto tormentato ed inquieto come di chi sta rimuginando una difficile decisione», a Carlo Sforza, Jorge Luis Borges, Ernesto Sábato.
Nel 1961 Vita-Finzi aveva pubblicato una serie di profili più propriamente intellettuali: quelli degli «inconsci precursori» che tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900 con le loro impietose critiche al sistema democratico avevano preparato senza accorgersene l’avvento delle dittature e di quella mussoliniana in particolare. In quelle sue Delusioni della libertà si facevano degli incontri che per molti furono inattesi, per cui il libro, pur accolto con grande interesse, suscitò qualche malumore. Ad alcuni estimatori di Benedetto Croce non piacque che il filosofo fosse stato incluso nella schiera di coloro che avevano apprestato ai fascisti le armi dell’antidemocrazia.
Nel libro erano infatti riportate le frasi sarcastiche di Croce sulle «alcinesche seduzioni (Alcina la decrepita maga sdentata che mentiva le sembianze di una florida giovane) della Dea Giustizia e della Dea Umanità». Si ricordava pure l’osservazione del filosofo alla vigilia della marcia su Roma a proposito della violenza che, secondo la parola di Marx, è «la levatrice della storia» e perciò necessaria. Quale console d’Italia, Vita-Finzi quella levatrice l’avrebbe nuovamente vista all’opera a Tiflis, dove era esercitata sui poveri contadini vittime delle persecuzioni che avrebbero portato al loro sterminio come classe e come persone fisiche. Il suo Diario caucasico pubblicato da Ricciardi è una testimonianza di quella tragedia che gli apologeti celebravano esaltando in Stalin il «padre di tutti i popoli del mondo».
Quando la tragedia investì tutta l’Europa essa si abbatté anche su Vita-Finzi con le persecuzioni razziali che lo costrinsero - lui che a diciassette anni era stato volontario di guerra - ad abbandonare la carriera diplomatica e ad andare in esilio in Argentina. Anche lì seppe conservare equanimità e spirito critico; ne fanno prova i numeri della rivista che vi pubblicò, e che chiamò significativamente Domani. Essa resta una delle migliori pubblicazioni dell’«Italia fuori d’Italia».
Di sé Vita-Finzi diceva di essere stato in gioventù ciò che oggi si definirebbe un «lib-lab», un liberale con preoccupazioni sociali; verso la fine della sua esistenza le sue convinzioni politiche si erano colorate di un certo scetticismo. Non nei confronti delle idee, ma di coloro che le mettono in pratica e talvolta le sfruttano per i loro scopi non sempre onorevoli.