Il papà di Antonietta disperato in aula: «Era meglio farsi giustizia da soli»

(...) Riccardo Lamonaca si è avvalso del rito abbreviato che ha consentito alla fine un forte sconto di pena. I giudici hanno accolto la tesi dell’accusa, ma hanno riconosciuto la semi infermità mentale dell’imputato che, nel conteggio degli anni di condanna, ha bilanciato l’aggravante della premeditazione. Alla lettura della sentenza la madre della vittima, Rosa Tripodi, è svenuta in aula e quando si è ripresa ha continuato a ripetere «l’avete ammazzata due volte». Il padre di Maria Antonietta, in lacrime, ha commentato «bisogna farsi giustizia da soli».
Poi la donna è stata ricoverata in ospedale a Bordighera sotto osservazione, trasportata proprio con l’ambulanza della Croce Azzurra intitolata alla figlia morta.
Proprio la presunta incapacità di intendere ha pesato a favore dell’assassino: secondo le perizie psichiatriche Delfino (fortemente sospettato anche per l’omicidio di Luciana Biggi, altra ex fidanzata di Delfino colpita a coltellate nei vicoli di Genova e per il quale potrebbe arrivare la richiesta di rinvio a giudizio proprio dal tribunale di Genova) ha una personalità fortemente disturbata. Secondo gli specialisti l’uomo sarebbe affetto da «un gravissimo disturbo misto di personalità in cui dominano tratti borderline, paranoidei, narcisistici e sadici». È questa la conclusione a cui è arrivato il professor Murgia, perito del giudice di Sanremo dopo esami, test e soprattutto dopo quattro incontri con l’imputato.
Per il perito Murgia, «la premeditazione di quei giorni, i suoi ricordi fasulli, sono legati a un’assoluta incuria della propria autotutela (per esempio telefona pur sapendo di avere il cellulare intercettato), si collocano al di fuori di una condotta illecita gestita da un io normale». Delfino, è la conclusione, «aveva una capacità di intendere e volere grandemente scemata ma non esclusa, abbinata a una pericolosità sociale di lunga durata». «Quante Antoniette devono ancora morire perché i loro assassini non trovino scorciatoie di legge sulla pena e che dopo pochi anni riacquistino la libertà di uccidere?». È il commento di Daniela Santanchè alla sentenza che ha condannato Delfino.