«Papà Antonio Maspes il milanese “bauscia” che mise tutti in pista»

Luigi Mascheroni

Il suo record nel surplace - la posizione di equilibrio usata dai pistard, fermi sui pedali, per sorprendere l’avversario - è stato di 32 minuti: un’eternità. Accadde al Vigorelli, in occasione del Mondiale del ’55, che vinse.
Nel surplace non si può appoggiare il piede a terra, né retrocedere per più di 20 centimetri. L’obiettivo è fare in modo che sia l’altro a passare avanti costringendolo a tirare la volata e poi sfruttare il vantaggio della scia per batterlo allo sprint. In qualche modo, una metafora della vita. Antonio Maspes, il più grande fuoriclasse italiano su pista, era soprannominato il “re del surplace”. In un mondo, come quello del ciclismo, dove tutti si dannano in allenamenti e sacrifici, lui rimaneva a guardarli in surplace, senza preoccuparsi troppo, per poi infilarli sul traguardo. «Mio padre era convinto che la sorpresa fosse l’arma vincente. Diceva sempre: “Parti più tardi possibile, ma sempre un attimo prima dell’avversario”». Seguendo questa regola aurea, tra gli anni Cinquanta e Sessanta Antonio Maspes sulle piste di tutta Europa ha vinto: sette campionati del mondo di velocità, undici titoli italiani, un titolo europeo, un bronzo alle Olimpiadi di Helsinki del ’52, cinque Gran Premi di Parigi consecutivi e stabilito il record mondiale sui 200 metri con 10”8 contro Michel Rousseau dopo un surplace di 25 minuti.
Antonio Maspes si ritirò dalle corse nel ’67, quando ancora la Gazzetta dello sport alternava equamente le prime pagine: un giorno calcio, un giorno ciclismo. È morto cinque anni fa, di questi giorni, dopo aver passato un terzo abbondante della vita - per sport o per piacere - in sella a una bicicletta. Il figlio Roberto, 50 anni, imprenditore, invece la bici la usa giusto di domenica. «È andata così. Un giorno, ero un ragazzino, guardavo con papà una corsa in tv. Il telecronista dice che la velocità del vincitore in volata è stata di 57 chilometri all’ora. “Allenato bene questo sfonda”, commenta papà. E io: “Cinquantasette all’ora? Ma cosa ci vuole?”. “Prova tu, allora”. Bene: usciamo, tiro su i pantaloni, io in bici e lui dietro in moto. Sa a quanto è arrivato il tachimetro? Cinquantanove e mezzo. Mio padre mi disse: “Due anni con me e ti faccio diventare campione del mondo”». Roberto Maspes ci ha pensato su, poi ha detto no. «Con davanti un padre del genere, qualsiasi cosa avessi fatto sarei stato un eterno secondo».
Difficile in effetti passare davanti a un padre così: scatto esplosivo, rimonta impressionante, tattica geniale. Antonio Maspes fu il simbolo di un’epoca, quella di un’Italia abbastanza lontana dalla guerra per iniziare a scordarla ma ancora troppo vicina per dimenticarla del tutto. L’Italia in fuga per strade ancora mezze sterrate in una corsa che avrà per traguardo il boom economico e Milano a tirar la volata. La Milano di Giovanni Testori e del suo Dante Pessina, “Il dio di Roserio” (era il 1951), giovane ciclista di periferia diventato campione con la forza delle gambe e la convinzione che l’importante è vincere a qualsiasi costo.
Per Antonio Maspes l’importante era vincere, ma senza trucchi. «Mio padre era un grande atleta, uno che passava da 50 battiti al minuto a 130 in una manciata di secondi. E un grande uomo, con un cuore che ancora a sessant’anni batteva come un matto quando in un’Olimpiade o a un campionato del mondo vedeva la bandiera italiana. Era uno capace di commuoversi, e corretto. E poi era disponibilissimo verso i ragazzi dell’ambiente. Se capiva che uno aveva la passione per il ciclismo, non solo la tecnica, ma proprio la voglia di fare il corridore, allora ci metteva l’anima per aiutarlo. Certo, poi aveva il suo carattere... a volte brusco, irascibile, anche ribelle. Papà non era un diplomatico, anche quando era commissario tecnico diede fastidio a tanti: a lui non piacevano giochi e giochini, diceva sempre che al centro dell’attenzione doveva esserci il corridore, nient’altro. La sua qualità migliore? Ragionava velocemente sulle cose più importanti. D’altronde era abituato: in pista in una frazione di secondo doveva decidere quando era il momento di partire. Poi, una volta scattato, testa bassa e non lo prendeva più nessuno».
A testa bassa, prendendo la rincorsa sul rettilineo di Corso Sempione che era ancora ragazzino, Antonio Maspes ha percorso vent’anni di trionfi («Al Parco dei Principi, quelle sì che erano imprese...»), di dolori («La volta che cadde sulla pista in cemento nei campionati di San Sebastiano e rimase in coma tre giorni»), di passioni (la bici certo, ma anche il gioco d’azzardo), di inganni («A quindici anni con la scolorina falsificò la data di nascita sulla carta d’identità per poter iniziare a correre») e di sregolatezze: «Come tutti gli artisti, dava il meglio di sé quando saltavano gli schemi: stava tutta notte a una festa, poi si toglieva lo smoking, andava ad allenarsi e magari il giorno dopo vinceva...». Sarà anche per questo che gli dicevano “milanes bàuscia”... «Sì ma mi creda, per quello che era in quegli anni papà riuscì a tenere la testa a posto... Insomma, succedeva che facesse il “grande”, però se lo poteva permettere... e poi c’era il commendator Borghi, quello della Ignis, che gli voleva bene come un padre e lo teneva in riga». Già, il commendator Borghi, quello degli elettrodomestici, quello che per reclamizzare le sue lavatrici un giorno gli venne l’idea di piazzare un cartello grande così con scritto “Ignis” dietro al Maspes, e poi dirgli: “Antonio, stai su sui pedali più che puoi, che mi fai una bella reclame gratis”. E il Maspes rimase in surplace per venti minuti in diretta tv... «Sì, io ero piccolissimo, erano gli inizi degli anni Sessanta, succedeva al Vigorelli...». Oggi Vigorelli-Maspes, visto che Milano nel 2001 gli ha intitolato il Velodromo. «Se non lo dedicavano lui, che era un milanese purosangue! Quando morì papà, Sante Gaiardoni, il suo amico-rivale, disse che Maspes stava alla pista come il Duomo a Milano. Pensi che non esiste un’altra famiglia in tutta la città che come noi abita nella stessa via da cinque generazioni... E comunque papà al Vigorelli ci ha passò più tempo che a casa. Conosceva ogni listello del parquet. Anche quando ha smesso di correre ha fatto di tutto per cercare di riportarlo ai fasti di un tempo, per risollevarlo dopo il crollò nella nevicata dell’85, per portarci i ragazzini e insegnargli a correre...». Correre: il verbo di una vita. «Si figuri, ancora a 65 anni continuava a girare in bici per Milano. A un certo punto, dopo che ha rischiato due volte di essere messo sotto dai camion, gliela abbiamo dovuta togliere a forza. Era una vecchia Legnano con le luci supplementari. La sua ultima bici...».
La prima, una bicicletta “Dei” del 1947, quella con cui vinse per due anni consecutivi il campionato italiano di velocità allievi, riposa al Museo del ciclismo “Gino Bartali” di Firenze. Antonio Maspes, invece, nel Famedio del Monumentale, accanto a Delio Tessa, poeta.