Papà «assolve» il figlio con hashish

I genitori minacciano di denunciare gli agenti che contestano il reato

Ha sedici anni e studia (quanto basta, non di più, concordano gli insegnanti) all’istituto Giuseppe Mazzini di Albissola per diventare odontotecnico. Vive un tran tran quotidiano come quello di tanti altri coetanei: scuola, amici, noia, le «vasche» nel centro cittadino, la pizza in compagnia, e soprattutto un cellulare caldo che più caldo non si può. Anche per via dei messaggini sms che invia e riceve.
Gliene arriva uno, l’antivigilia di Natale, che ha tutta l’aria di una beffa: «Ti prego, mezza siga». È un giudizio impietoso, o una richiesta innocente? Né l’uno, né l’altra, per la polizia che piomba a scuola e gli trova un grammo di hashish nel pacchetto di sigarette. È vero che 2 più 2 per alcuni fa 3 e per altri fa 5, ma quella sembra proprio la prova provata che, insomma, si fuma e magari si spaccia.
Partono le indagini, vengono interessati i genitori. Apriti cielo! Chi s’aspetta una scarica di sberle al futuro odontotecnico dev’essere nato prima della guerra di Libia. Metodi simili non si usano più, anzi i genitori moderni e molto emancipati fanno muro in difesa del pargolo: «Ma vi pare - dicono papà e mamma - che un misero grammo di hashish nel pacchetto di sigarette voglia dire che nostro figlio è un drogato? E vi pare che “ti prego, mezza siga“, anche via sms, voglia dire che è pure uno spacciatore?».
Va be’ che siamo in tempi di intercettazioni telefoniche che sembrano innocenti e incastrano anche i potenti del quartiere. «Ma nel caso del nostro ragazzo, via, si esagera, è una persecuzione» insistono sempre papà e mamma, messi di fronte alle precise contestazioni degli agenti.
E qui arriva la sentenza assolutoria che taglia la testa al toro: «Tra i giovani qualche canna gira, lo sanno tutti. Ma da qui a dire che sono drogati e spacciatori ce ne corre». Infine, scatta la minaccia: «Qualcuno dovrà pagare per questa diffamazione ingiusta e gratuita!». Oltre tutto, fanno osservare i genitori garantisti a senso unico, non può far testo che, durante una perquisizione in casa del sedicenne, siano stati trovati degli arnesi definiti sbrigativamente «attrezzi del mestiere».
La verità vera, spiega il babbo, «è che c’erano solo un coltello appena appena annerito e qualche cartina da sigaretta. Roba innocente, ininfluente».
La polizia, insomma, avrebbe fatto un buco nell’acqua. I genitori, invece, l’hanno proprio bevuta.