Il papà di Battisti: «Lucio correggeva Mogol»

La replica del paroliere: «Non è vero, non si è mai sognato di prevaricare il mio lavoro, tra noi c’era rispetto reciproco»

da Milano

Si riparla di Lucio Battisti, ma nel segno petulante del gossip. A dare fuoco alle polveri è, dalla quiete di Poggio Bustone, l’anziano padre del musicista, un garrulo Alfiero Battisti. Che dopo aver negato, giorni addietro, ogni parentela tra il figlio e la brava Leda Battisti, sua lontana cugina, ora affida le sue confidenze a un settimanale. E non ce n’è più per nessuno: il figlio di Lucio, Luca? «Si è allontanato da me, ha chiuso ogni rapporto senza una spiegazione». La moglie dell’artista, Grazia Letizia Veronese, già segretaria di Celentano? Tra lei e il marito ci furono momenti di crisi, racconta Alfiero: «Lucio si presentò a casa nostra con il bambino, “tenetelo voi per un po’”, ci disse con aria abbattuta». Poi Lucio tornò con la compagna, «ma i suoi sentimenti verso Grazia Letizia non erano più quelli d’un tempo», e quando i due si sposarono, nel ’76, «lo fecero in gran segreto, non invitarono neppure noi genitori».
Ce n’è di che far felici i cultori del pettegolezzo, ma Alfiero Battisti va oltre. Ricorda la rottura tra lui e il figlio, quando, avendo «accesso ai suoi conti, prelevai settanta milioni per investirli in un appartamento, e lui mi chiese di non occuparmi più dei suoi affari». Anche i rapporti artistici di Lucio non sfuggono al vaglio paterno: «Mi piace suonare con Mina - avrebbe detto l’artista -, ma io vorrei provare di più, mentre lei va più in fretta e questo non mi dà piena soddisfazione». E con Mogol, il celebre autore di testi cui Battisti dovette il successo? Neanche qui furono rose e fiori, sostiene il padre di Lucio: che «collaborava attivamente ai testi delle sue canzoni, difficilmente accettando così com’era lo scritto di Mogol». Fino a rompere ogni rapporto col suo pigmalione: «Papà, mi disse, per me è arrivato il tempo di cambiare, di sperimentare». E così Mogol fu sostituito da Pasquale Panella. È vero, Mogol, che Lucio modificava i tuoi versi? «Non è vero - risponde il grande autore -: Lucio non si è mai sognato di prevaricare il mio lavoro, tra noi c’era grande rispetto reciproco. Non so perché Alfiero dica certe cose: so che voglio mantenere intatto, comunque, l’affetto che provo per lui».
Una risposta nel segno della signorilità, che tuttavia non frena, in Alfiero, il flusso delle «rivelazioni». Neppure il decesso del figlio, dovuto a un tumore, e mai, finora, oggetto d’illazioni, sfugge ai dubbi paterni: «Il giorno prima di morire mi ha chiamato: sembrava più sereno che mai, mi ha ripetuto che ci saremmo visti presto. Invece l’indomani se n’è andato per sempre. Sulla sua morte si sono dette molte cose, si è discusso sulle cause. So che a portarsi via Lucio è stato un brutto male, ma in questi anni non nego di avere pensato, più d’una volta, di chiedere la cartella clinica, per avere chiarezza. E non nascondo che, prima d’andarmene per sempre, vorrei una conferma ufficiale di come sono andate le cose».