«Papà, ma capitasse a me tu che faresti?» La vicenda di Eluana ha riportato «di moda» la morte: non se ne parlava più, come per esorcizzare la paura. Adesso se ne discute ovunque, a cena e alle poste. E si è scatenata una mania collettiva al testam

E lei che farebbe? Mi domanda anche l’impiegata della Posta mentre la sua ghigliottina da banco entra in azione decollando il bollettino che le ho appena consegnato. «No, dico: lei che farebbe?», mi incalza con aria di sfida, incrociando le braccia. Come se io, «essendo giornalista», dovessi avere un parere più alto, più autorevole rispetto agli altri che sono in fila con me allo sportello anche sulla vita e sulla morte: non dico la mia («lei ha sempre voglia di scherzare, dottore») ma almeno quella degli altri.
«Se capita a me», si è fatta promettere mia sorella da uno dei suoi figli, «sai cosa devi fare. Via la spina e tanti saluti». «Giusto. Fai la stessa cosa con me», si è fatto promettere mio nipote, all’insegna della reciprocità. «Ma che c’entra la politica - ho sentito dire a un’altra signora, che ne parlava scandalizzata con un’amica al telefono -. Il cardinale Ruini può dire la sua, e Berlusconi e quelli che la pensano diversamente da loro due. Me, con la politica, e l’ideologia e il testamento biologico - che poi uno magari strada facendo ha cambiato idea ma si è dimenticato di farlo sapere - non mi incantano. Queste son cose che devono essere decise dai familiari d’accordo coi medici. Come si è sempre fatto». «Che vita è quella di Eluana? Che senso ha? Meglio morire», dicono ragazzi e ragazze, a scuola e a tavola coi genitori, immagoniti davanti alle notizie che arrivano da Udine, prima di tornare a inforcare il rischio che gli romba sotto le natiche in forma di motorino. Uno di questi, che fa il classico, cita Epicuro per dire il suo fatalismo: «Finché esistiamo, la morte non c’è. Dove c’è la morte, non ci siamo noi».
Son giorni che nelle case degli italiani si dibatte su chi abbia ragione, tra i cattolici a trazione integrale che vegliano col cero in mano sotto le finestre della clinica udinese e i sostenitori di una morte quanto più dolce possibile, intesa come sollievo, come ultima difesa dallo scherno di un destino malvagio. E tuttavia gli uni e gli altri, se ci pensano, uniti nell’intimo dalla preghiera dei moribondi che ciascuno di noi custodisce - chissà che non venga buona, un giorno - nascosta in un piccolo stipetto dell’anima: nunc dimittis servum tuum, Domine...
Son giorni che un mio amico si sente chiedere dal figlio: «Pa’, e se toccasse a me tu che faresti?». Lui svicola, però quella domanda gli rimbomba dentro. Forse è crudele dirlo. Ma la disperata vicenda di Eluana Englaro (vicenda che non riguarda la bella ragazzina sorridente che vedete sui giornali, inganno atroce che i giornali perpetuano da anni; ma un immemore relitto di 38 anni di cui ignoriamo i guasti per così dire secondari, indotti da 17 anni di degenza): la vicenda di Eluana, dicevamo, sta facendo tornare di moda la morte. Dichiarata pornografica, indecente, oscena, non se ne parlava da un pezzo. Come se fosse passata di moda. «Non conoscete né l’ora, né il giorno, né il luogo», dice l’Evangelista. Noi moderni siamo andati un pochino più in là, negando semplicemente, finché è possibile, che possa capitare anche a noi. Come se avessimo preso a nutrirci della speranza insensata e inconfessabile di schivare l’ineludibile appuntamento con la morte mandando un sostituto al nostro posto. Non poteva essere diversamente, in un certo senso. La nostra civiltà, che nega la morte, non ci prepara ad accettare un avvenimento che fa polpette, ridicolizzandoli, di quelli che vengono spacciati come valori della vita: la produttività, i consumi, la competizione, il successo sociale.
Del resto, «una cultura che spinge sino a livelli parossistici l’individualismo non può integrare la sparizione dell’io personale», dice Louis Vincent Thomas, che alla morte dedicò uno dei suoi scritti. Inconcepibile, la morte, soprattutto in un’epoca in cui la si è confinata - come cosa pornografica, appunto, da tenere celata allo sguardo delle persone perbene - nella cornice disumanizzata dell’ospedale, mentre il ricorso ai valori religiosi è largamente perduto.
«Una volta - mi dice una persona cara che ora va per gli ottanta, e che è stata una grande professoressa di latino e greco al liceo - morire era più facile. Era nell’ordine della cose, un accadimento che faceva parte della vita. Tutto è cambiato da quando il corpo è diventato strumento e oggetto di consumo». Il ricatto sulla qualità della vita, d’altronde, si basa sulla necessità di suscitare bisogni esaltando sempre nuovi modelli di salute, bellezza, comfort e piacere del corpo. Corpi longilinei, abbronzati, tonificati da ore di palestra, liftati, botulinizzati. Una frenesia d’imitazione di un modello (irraggiungibile per i più) che rende scandalosa, insopportabile, inconcepibile anche solo l’idea di una nullificazione del corpo. Ma che ora, grazie alla disgraziata vicenda di quella donna che continua a dispensare dalle prime pagine dei giornali un sorriso apparecchiato più di 17 anni fa, ci costringe a guardare di nuovo nella sua direzione, e a domandarci, tutti quanti siamo: e se toccasse a me?