Il papà che ha visto crollare il suo mondo in mezz’ora

Non è che lui non si fosse accorto di niente. Ci se ne accorge subito, e subito il cuore salta alla gola. Lei gli aveva appena dato il secondo figlio, una bambina questa volta, dopo il primogenito, di tre anni, Alessandro. Ma che qualcosa non andasse, lo si vedeva a occhio nudo, senza bisogno di tante parole.
Tutto comincia con una paura immotivata, quella per esempio di non avere latte. Un tempo c'erano le balie, donne fortunate che di latte ne avevano per un plotone. Ma era un tempo. Il pediatra si raccomanda: latte materno. Ma la bambina mangia poco, cinquanta-settanta grammi tutte le volte. Il biberon non lo vuole, lo sputa. La donna pensa: non riuscirò a farla vivere.
È uno dei tanti possibili pensieri. E l'uomo lo sa benissimo, vede quei pensieri disegnati sulla fronte della donna come su un display, perciò diventa dolcissimo con lei, premurosissimo. Lei invece diventa capricciosa, intrattabile, mai che vada bene qualcosa: non sa come comunicare al marito che tutte quelle premure sono solo un fastidio in più. Be', consolati donna: il marito lo sa perfettamente, il guaio è che non sa cosa fare di fronte a questo terrore di non avere dentro di sé abbastanza vita da poter dare ai propri figli.
Sai cosa faccio?, le dice. Vado a comprare una pizza, così non stiamo a fare da mangiare. Lei fa segno di sì, che va bene. Lo fa per toglierle un piccolo peso. Il piccolo Alessandro vuole anche lui la pizza, forse la mamma gli dice: te ne darò un pezzo della mia. Forse lui fa i capricci perché vuole una pizza tutta per sé. Forse c'è una piccola discussione tra marito e moglie, perché si sa che i papà tendono a contentare i figli, mentre le mamme sono più concrete, pensano che poi resterà un sacco di pizza da buttare via.
Posso abbandonarti per dieci minuti? Tutto bene? Hai bisogno di niente? Vuoi che resti qui? Lei si scoccia: ma vai, vai.
Lui esce, perplesso. Non immagina, non può immaginare quello che vedrà al suo ritorno. Nessuno può immaginare una cosa simile. La si immagina solo quando si sa bene che non succederà. Quando invece si ha qualche orribile sospetto la nostra mente si trasforma in uno scolaretto diligente senza troppa fantasia.
Lo seguiamo mentre, le mani in tasca, si avvia verso la pizzeria. Siamo in provincia di Padova, un posto come un altro. Dieci anni fa era il Nordest del miracolo, altri tempi. Alla luce dei lampioni l'alito forma le solite nuvolette gialle. Incrocia il Commendatore e la sua signora, buonasera, tutto bene? Eh, diciamo tutto bene. Mica si deve dire tutto. In pizzeria al take away c'è un po' di coda, per fortuna c'è un amico, si parla di sport, di donne, dei soliti scandali, nazionali e locali. Denaro pubblico gettato nella latrina, e noi qui a spaccarci la schiena.
Arriva il suo turno. Tre margherite, anzi no, faccia due. Meglio non contrariarla. Al bambino do tutta la mia pizza, vorrà dire che mangerò quella che avanza.
Due pizze e due coche?, domanda quello della cassa. No: tre coche, due margherite e tre lattine di coca.
Pagato il conto, esce con i cartoni e il sacchetto delle bibite. Il suo amico l'ha aspettato. Senti, gli fa, ieri mia moglie e tua moglie avevano appuntamento dal parrucchiere, ma tua moglie non è venuta. Poi l'ha incontrata al giardino con i bambini e dice che l'ha trovata un po' giù. Lui fa un gesto vago con la testa: sì, è un po' giù, i bambini sono sempre un problema, passerà. Piuttosto: lunedì sera si gioca a pallone?
Poi, quando è solo, si domanda: perché mi sono messo a parlare di lunedì?
Ecco perché: perché, senza confessarlo a se stesso, aveva cominciato a immaginare qualcosa. Così, senza nessuna ragione, forse solo un po' impaurito dal proprio bisogno di cambiare argomento così in fretta, di mandare di corsa il tempo in avanti, fino a lunedì. Perché un terrore non detto lo obbligava a spostare le lancette.
Così, quando è entrato e ha detto: ciao a tutti, e ha posato i cartoni della pizza e le coche sul tavolo, dal fatto che nessuno rispondeva, né la sua adorata moglie né il suo bellissimo Alessandro, e solo la bambina piangeva nel lettino, uno spasimo gli ha trafitto costole, polmoni, cuore, tutto. Quella cosa senza nome, che lui già sapeva in qualche modo, è apparsa come una tigre e ha divorato tutto. Quei due corpi abbracciati, uno morto, l'altro con un coltello in mano ma forse ancora più morto dell'altro.
E adesso la tigre sta cercando di divorare anche lui, che deve stringersi alla manina della sua piccola, sperando che quella manina sia abbastanza forte da sottrarlo ai denti della bestia. Ha appena tre mesi e tutto il peso della vita è su di lei. Ora c'è bisogno di un miracolo, solo di un miracolo.
Come sempre, del resto, anche per tutti noi. Perché tutti possiamo uscire per mezz'ora e ritrovare il mondo cambiato. Abbiamo forse ricevuto qualche garanzia?