«Papà Facchetti, un campione che vinceva e viveva con stile»

Il figlio Gianfelice racconta così il grande giocatore: poche parole, tanta passione. «Quando da piccolo mi portava ad Appiano Gentile in mezzo ai giganti...»

«L’insegnamento più grande che papà mi ha lasciato è una cosa che va al di là del calcio: “Quando credi in qualcosa, devi fare tutto il possibile perché si avveri” mi diceva. A suo modo, un consiglio tecnico».
Gianfelice Facchetti, che fino a vent’anni ha giocato come portiere («giovanili dell’Atalanta, poi ho smesso, ho capito che non avevo passione... »), credeva davvero in qualcosa e ha fatto tutto il possibile perché si avverasse. Ce l’ha fatta: oggi è uno di QuellidiGrock, attore: un mestiere che è soprattutto un gioco, come il calcio.
Tifoso non giocatore, trentadue anni, una laurea in scienze dell’educazione, una passione per il teatro, uno spettacolo di cui è autore e interprete che sta portando in giro per Milano e dintorni - s’intitola Bundesliga ’44, una tragicommedia sul rapporto fra potere e sport - due sorelle e un fratello minore, Luca, che gioca in serie C, Gianfelice Facchetti se non ha ereditato il talento per il calcio - «Papà non fece neppure una piega quando gli dissi che smettevo, aveva capito che non me la sentivo... » - del padre ha molto dal punto di vista del carattere, soprattutto. Parole poche e difficile che faccia una piega. «Era lo stile di papà. Sempre tranquillissimo. Come lo si vedeva in campo così era fuori».
Cosa fece in campo Giacinto Facchetti lo sanno tutti, cosa fece fuori, si vede adesso: i successi di questa Inter, un anno anomalo rispetto all’ultimo quindicennio, si devono per buona parte a lui: «Se papà potesse vederla questa squadra... Sarebbe contento, sì. Aveva lavorato moltissimo negli ultimi anni per portare equilibrio e senso della misura nella società, per gestire i cambiamenti. Credo che questi successi siano anche suoi. Del resto era tipico di papà: il suo era un lavoro di pazienza, di tessitura, fatto quasi dietro le quinte». Che per uno abituato a recitare ogni domenica il ruolo di protagonista davanti a 50mila persone è tutto dire. «Mai montato la testa. Era un campione, non un divo». A proposito di divi, e Ronaldo che torna a Milano? «Credo che mio padre sarebbe stato contentissimo. Che finiva di là. Perché ogni volta che i giornali scrivevano che Ronaldo sarebbe tornato all’Inter, gli si rizzavano i capelli... No, non è il tipo di giocatore per cui impazziva papà. Non dico da un punto di vista tecnico, ma - come dire? - di stile. Soprattutto la mancanza di fedeltà... ».
Stile (testa alta, sguardo lungo, una sola espulsione in una carriera lunga 700 partite) e fedeltà (diciotto anni con la maglia dell’Inter, quindici con quella della nazionale): ecco due parole perfette per il capostipite ineguagliato della razza dei difensori. «Come calciatore la sua qualità migliore era la costanza, la voglia di migliorarsi continuamente: quando vedo i vecchi filmati o parlo con chi ha giocato con lui capisco il suo dedicarsi in maniera totale, a volte esagerata. E come uomo, il lato più bello del suo carattere era l’attenzione che dedicava alla persone che gli stavano attorno, il senso di responsabilità». Che per uno è stato capitano più volte di chiunque altro nella storia del nostro calcio, non sorprende più di tanto. «Era uno che sapeva prendersi cura degli altri, questo sì».
Giacinto Facchetti. Helenio Herrera, che con un nome così non poteva che storpiare quello degli altri, la prima volta che lo vide lo chiamò “Cipelletti,” e da allora Cipe rimase. Gioanbrerafucarlo, che con una penna così non poteva che inventarne di nuovi, scriveva “Giacinto Magno”. Tutti gli altri preferivano “Giaci”, accorciando familiarmente un nome alto 1,88. «Io ho fatto in tempo a vederlo giocare proprio al volo. Avevo poco più di 4 anni quando smise. Mi ricordo quando mi portava ad Appaino Gentile e io entravo in quel mondo magico popolato da giganti... ». Tra i quali il padre svettava. Gigante Buono, appunto.
Il Capitano - impeccabile, pettinato con la riga anche al 90° - quando lasciò l’ultima volta da giocatore Appiano Gentile aveva racimolato nei campi di mezzo pianeta 634 partite e 75 gol con la maglia dell’Inter, quattro scudetti, due coppe campioni, due intercontinentali, una coppa Italia, 94 presenze e 3 reti in nazionale, un campionato d’Europa e la finalissima di Messico ’70. «I momenti più belli? Mah, gli anni della Grande Inter, i mondiali messicani... Quelli brutti? Credo Inghilterra ’66, i mondiali della Corea, però sono cose che in una carriera lunga vent’anni ci stanno».
Vent’anni: ne aveva dieci quando iniziò a dar calci al pallone all’oratorio di Treviglio (e il parroco diceva di non mandarlo a Milano a fare i provini perché era ancora troppo piccolo), ne aveva diciassette all’Istituto tecnico Oberdan, quando correva gli ottanta piani in 9 secondi netti ma preferiva comunque dare calci alla palla (e il padre diceva agli amici, «El pica mia, l’è trop bù») e ne aveva diciannove quando esordì in serie A: 21 maggio 1961, Roma-Inter 0-2 (e Herrera, nonostante il Cipe avesse giocato così così, sentenziò: «Questo ragazzo sarà una colonna fondamentale della mia Inter»). Lo fu.
Dopo venne ciò che sappiamo: il Mago che lo trasforma nel primo terzino d’attacco della storia (fluidificante si dice), l’epopea della grande Inter (Sarti, Burgnich, Facchetti...), l’epica dell’Azteca, Italia-Germania 4-3 (Facchetti che in uno shock adrenalinico collettivo prende palla da De Sisti per lanciare Boninsegna sulla sinistra alla fine della partita più bella di tutti i tempi), la più bella partita di tutte quelle di Facchetti e forse dell’Inter: «Semifinale coppa dei campioni, maggio 1965. Ritorno contro il Liverpool. All’andata l’Inter aveva perso 3-1. A San Siro finì 3-0, e l’ultimo gol lo segnò papà, il rasoterra più rasoterra che si sia mai visto, dicono. Andarono in finale e vinsero la seconda coppa campioni consecutiva. Una partita che entrò nella storia».
Giacinto Facchetti era uno che sapeva bene anche quando uscirci, dalla storia. «Ebbe un brutto incidente e quando si riprese capì che non era più quello di prima. Si doveva andare in Argentina, Mondiali ’78. A Bearzot rispose: “No grazie, meglio di no”. Lasciò la maglia a un altro e lui ci andò come capitano non giocatore. Fu un’altra dimostrazione di senso della misura e di stile. Non è facile capire quando è il momento di lasciare».
Una volta lasciato, Facchetti riprese. Da dirigente: vicepresidente, consiglio d’amministrazione, direttore tecnico, finché nel 2004 Moratti gli lascia la massima carica. Facchetti è il primo calciatore della storia nerazzurra a essere nominato Presidente. Con lui la squadra vince uno scudetto, due coppe Italia e due supercoppe.
«Ma non c’era solo calcio nella sua vita. Come sport amava molto il tennis, come hobby le carte, ma giusto in ritiro e in vacanza. Per il resto tutto il tempo che aveva era per la famiglia. Visse sempre a Cassano d’Adda e Milano gli piaceva proprio per la sua “freddezza”, perché era un città dove anche il calcio era vissuto in maniera diversa - che so? - da Roma, una città dove anche uno famoso come lui poteva fare la propria vita, dove la gente rispettava il suo privato. Per il resto, non era un uomo che avesse vizi».
Come spesso accade agli uomini che non ne hanno, Giacinto Facchetti fu preso da un vizio bastardo, una malattia di quelle che ti portano via in fretta. È stato portato via, come un eroe da romanzo (e Giovanni Arpino, che di Gianfelice è stato padrino, lo capì subito, mettendo una foto del Capitano sulla copertina di Azzurro tenebra) alla fine dell’estate scorsa. A Gianfelice rimasero molti ricordi - «soprattutto i momenti in cui ho avuto la fortuna di trovarmi con lui da uomo a uomo, a parlare di noi, dei nostri lavori» - e ai giornali non rimase che fare il proprio mestiere, usare parole: “uno dei maggiori protagonisti della storia dello sport italiano”, “un esempio per le nuove generazioni”, “l’attaccamento ai valori di lealtà e di agonismo”, “un uomo che ha impersonificato i più puri valori dello sport”, “un uomo di dirittura morale esemplare universalmente apprezzato”, “simbolo di un calcio lontano dalle polemiche”, “un esempio di stile per tutti”...
Quando uno è morto tutti ne parlano bene. La grandezza di Facchetti è che nessuno è mai riuscito a parlane male in vita. Per il resto, valga ciò che ha detto un amico così diverso da lui che vale la pena crederci, Evaristo Beccalossi: «Conoscerlo mi ha reso felice».