«Papà Meazza, il campione del mondo che non usciva da piazza Castello»

Luigi Mascheroni

Gabriella e Silvana Meazza sono due sorelle che vanno molto d’accordo, soprattutto quando devono parlare di papà. Più che sovrapporre le voci e i ricordi, li completano a vicenda. Quando Giuseppe Meazza alzava una dopo l’altra le due Coppe Rimet del 1934 e del 1938 loro non erano ancora nate, eppure conoscono alla perfezione la carriera del professionista Meazza e meglio di chiunque altro la vita del padre Giuseppe, che alla Storia è passato con il soprannome di «Peppino» e come uno dei più forti calciatori italiani di tutti i tempi. «Verissimo, il più forte di tutti», «In realtà non l’abbiamo mai visto giocare, quando ha smesso eravamo piccolissime», «Sì ma si sa quello che faceva in campo. Quando la gente vede Ronaldinho che mette a terra il portiere con una finta e poi segna, e tutti lì a gridare al miracolo, io glielo dico sempre che queste cose le aveva già fatte anche papà...».
Le cineteche sono piene dei gol di Ronaldinho, ma delle imprese di Giuseppe Meazza - uno del quale il suo commissario tecnico in Nazionale, Vittorio Pozzo, diceva che «averlo in squadra significa partire da uno a zero» - rimangono giusto pochi spezzoni di vecchie pellicole in un bianco e nero slavato. «È un peccato non poterlo rivedere giocare». «Più che altro per i nipoti: mio figlio Federico dice sempre che se ci fosse qui suo nonno non lo lascerebbe in pace un secondo, che avrebbe una valanga di domande da fargli...».
L’orgoglio di portare un nome come Meazza: la signora Gabriella ha due femmine («Ma non posso dire che impazziscano per il calcio») mentre Silvana ha tre maschi («Hanno ereditato tutti la passione, ma non il talento: quello spunta una volta sola nell’albero genealogico di una famiglia»), sono entrambe milanesi purissime ed entrambe interiste fedelissime: «Seguiamo sempre la squadra, ovvio», «Sempre soffrendo, ovvio». «Certo quello che è accaduto di recente ci ha amareggiato: chissà papà cosa avrebbe detto di calciopoli», «Sarebbe stato delusissimo: lui era un duro e puro. Il calcio lo amava davvero, ci credeva». «Basti pensare a quello che ha fatto dopo, quando ha smesso di giocare: sempre stato nell’ambiente. Ti ricordi quando allenava i ragazzini dell’Inter?». «Aveva lo stesso entusiasmo di quando andava in campo lui. E aveva fiuto. Facchetti, ad esempio: è stato lui che l’ha scoperto e l’ha cresciuto». «Sì, si volevano bene come padre e figlio». «Infatti è stato l’unico, al di fuori di noi della famiglia, a essere presente ai funerali di papà». «Lo sa vero che nostro padre ha voluto una cerimonia in forma privata?».
Giuseppe Meazza morì il 21 di agosto del 1979: per uno che aveva sempre fatto della discrezione una regola di vita, il momento perfetto per andarsene. «Aveva lasciato detto che non voleva nessuno perché secondo lui i funerali alla fine diventano un salotto per chiacchierare e per farsi vedere...», «...forse però questo è meglio non scriverlo...», «...perché? Cosa c’è di male? Papà non era per l’apparire, lo sai». «Comunque, Fraizzoli ci disse: “Ma non volete neanche il gagliardetto?”. E così un mese dopo si celebrò una Messa pubblica, nella chiesa vicino alla sede dell’Inter, c’era la società al completo per ricordarlo». «E per salutarlo...».
E per ringraziarlo. Giuseppe Meazza - al quale non a caso nel 1980, pochi mesi dopo la morte, dedicarono addirittura uno stadio - mise la maglia dell’Inter (anzi, Ambrosiana-Inter per la precisione) che aveva sì e no quattordici anni, nel ’24, e se la tolse nel ’48, a quasi 39: un record anche di longevità. Vinse due scudetti, segnò in campionato 270 gol, dominò tre volte la classifica dei capocannonieri. In più, la nazionale: 53 partite con 33 gol (secondo assoluto nella storia dopo Gigi Riva) tra i quali decisivi quelli che portarono ai trionfi del ’34 in Italia e del ’38 in Francia (lui e Giovanni Ferrari sono gli unici italiani ad aver bissato i Mondiali).
«Amava moltissimo la nazionale, ne era fiero e anche dopo seguiva sempre le partite degli azzurri», «Pensi che una volta gli chiesero come l’avrebbe presa se l’avessero convocato e poi lasciato in panchina. Disse che per lui era un onore anche solo essere chiamato», «Pensi oggi invece come fanno le primedonne, che se non li fanno giocare una volta si offendono...», «Ma erano altri tempi, c’era più rispetto, si protestava meno». «E si era meno fanatici. Papà ripeteva sempre: “Facciamo gli sportivi, non i tifosi”. E infatti era il primo a riconoscere il valore dell’avversario. Per dirne una, quando vide giocare Rivera disse che era un fenomeno, anche se era un milanista», «Non solo, papà non fu mai espulso in tutta la sua carriera...», «Ma cosa dici, una volta sì, non ti ricordi?». «Ah già, è vero: quella volta che...», «Che era tutta la partita che un terzino lo prendeva a calcioni. Alla fine papà non ce la fece più, fermò la palla e gli tirò un pugno. Poi senza neppure aspettare che l’arbitro fischiasse, uscì dal campo...».
Il giorno che Giuseppe Meazza uscì dal campo per l’ultima volta, nel ’48, fu lo stesso che entrò nella leggenda. In pochi sapevano giocare a calcio come lui. Partito come centravanti e finito mezzala, era dotato di una tecnica eccezionale: dribbling, punizioni a foglia morta, rigori a doppio passo, il colpo di testa anche se non era un gigante. «Il segreto di papà? La freddezza. In campo non era un emotivo», «Ma fuori sì però, altro che!». Già, che tipo era papà Meazza? «Molto severo, anche se con Gabriella un po’ meno, era la sua cocca...», «Non è vero, era affettuosissimo con tutte e due, ci prendeva sempre in braccio, ci chiamava le sue bambine», «E passava tutto il tempo che poteva con noi», «Tranne la domenica naturalmente, perché quando ha smesso di giocare ha iniziato ad allenare», «È stato un padre molto presente, nonostante gli impegni, e uno che non si è mai montato la testa», «E anche un uomo molto riservato, uno che parlava poco di sé e di quello che aveva fatto».
Eppure di cose da raccontare, di imprese e di trionfi, di sconfitte e di dolore, ne aveva molte Giuseppe Meazza. «Uno dei suoi ricordi più belli credo fosse la partita contro l’Ungheria, nel ’30: maggio 1930, a Budapest, quando l’Italia vinse 5 a 0 contro una delle squadre più forti dell’epoca e papà segnò tre gol... aveva appena vent’anni». «Uno dei più brutti invece fu nel ’39, quando per un infortunio iniziò a soffrire di un’occlusione dei vasi sanguigni al piede. Rimase fermo quasi un anno».
Fu, quella, la prima volta che non toccò palla. Aveva iniziato, coi calzoni corti e la scriminatura scolpita nella brillantina che sfoggiò poi per tutta la vita, quand’era bambino, «Peppin» lo chiamavano in dialetto, nel quartiere popolare di Porta Vittoria, nella Milano degli anni Venti. «Papà era milanese orgoglioso di esserlo, e gli piaceva la sua città», «Ha sempre abitato in piazza Castello, sia prima e che dopo il matrimonio», «Diceva che era il posto migliore di Milano per abitarci: una volta che si è trovato bene in quella casa, non l’ha più lasciata». «Papà era così, un abitudinario. I suoi locali, i suoi negozi: si vestiva da Coruzzi, in via San Pietro all’Orto, mangiava da “Marino”, in Galleria Meravigli». «E quando non era in uno stadio, giocava a tennis, era bravissimo, o a ping-pong». «Ed era appassionato di musica, tutta: dalla classica al jazz...».
Una volta chiesero a Giuseppe Meazza se rimpiangeva il fatto di non avere un figlio maschio. «No, pensa se si fosse messo a giocare anche lui a calcio e mi avesse fatto fare una brutta figura», rispose. Aveva ragione. Vuoi mettere due figlie così, che ancora a sessant’anni non smetterebbero mai di parlare di papà?