«Papà picchiava mamma persino con il martello E diceva: non vali niente»

MilanoQuando Fatima inizia il racconto, usa parole che stanno in bocca agli adulti. «Su tutto comandava mio padre, ogni decisione la prendeva lui. La volontà di mia madre e la nostra di figli era del tutto annullata dalla sua». Fatima spiega qual è stato il suo mondo. «Sin da quando ho memoria, ricordo di aver visto mio padre picchiare mia madre con calci e pugni, quasi tutti i giorni, e per motivi stupidi». Fatima sa cosa sia l’educazione. «Sia io e i miei fratelli eravamo costretti a frequentare la scuola araba, dove gli insegnanti ci picchiavano con dei bastoncini di legno e dei righelli, dove era obbligatorio pregare e mettere il velo. Noi volevamo andare alla scuola italiana, anche la mamma avrebbe voluto, ma la nostra volontà non contava nulla. Non potevamo frequentare nessun italiano, perché così voleva mio padre». Fatima impara e capisce una cosa. Che sa già rinunciare, ed è quello che chiede. «Spero che mio padre non possa trovarci mai, e spero anche di non rivederlo mai più». Lei, che ha 13 anni soltanto.
Così cresce, assieme a cinque fratelli. Figlia italiana di una donna italiana, sposata dal ’91 (con cerimonia nella moschea milanese di viale Jenner) con un egiziano. Il suo è il racconto di un incubo che si consuma ogni giorno uguale a se stesso. «Da quando ho memoria». Messo a verbale, davanti a un pubblico ministero. Lui, il padre, è stato rinviato a giudizio per maltrattamenti dal giudice Guido Salvini. È il pensiero delle minacce, delle botte e del sangue, di due anni di umiliazioni passati in Egitto, da cui «siamo riusciti a scappare perché mia madre ha venduto tutto il suo oro per pagare i biglietti dell’aereo e fuggire in Italia». E del terrore che non diventa ricordo, e anche ora che «siamo stati ospitati in una struttura protetta e segreta dove viviamo nascosti, non andiamo nemmeno a scuola e mia madre non cerca un lavoro, perché abbiamo paura di essere scoperti da mio padre, che possa portare noi in Egitto contro la nostra volontà e che sia capace di fare quello che dice sempre, di ammazzare la mamma!».
Maltrattamenti, è l’accusa nei confronti dell’egiziano. Sedici anni di maltrattamenti. Nei confronti della moglie e delle figlie, costrette le più grandi a indossare il velo, affidate al fratello dell’uomo in Egitto per due anni come fossero bestie da custodire. «Taufig», si chiama. È il potere di prendere ogni decisione sulla vita della donna e delle bambine. Perché «sei un insetto schiacciato sotto le mie scarpe», «non vali niente, puttana di merda, che Dio ti bruci», e «il marito deve essere come un profeta per la moglie, e tu devi solo obbedire». Così «noi figli venivamo picchiati per motivi stupidi dallo zio. Anche se facevamo chiasso. Se non mettevo il velo venivo schiaffeggiata». Come faceva il papà. «Ricordo - prosegue Fatima - di aver visto mio padre picchiare mia madre sin da quando ero piccola. Usava pugni e calci quasi tutti i giorni, per motivi stupidi. Spesso la picchiava con tanta violenza da farle uscire il sangue, le gonfiava gli occhi e la faccia diventava gonfia». È il suo quotidiano. «Io e le mie sorelle piangevamo ma non potevamo nemmeno gridare troppo altrimenti veniva a picchiare noi, eravamo terrorizzate. Una volta mia sorella si è intromessa perché mio padre stava picchiando la mamma con un martello. Ricordo che mia madre gridava “Chiama la polizia”, ma mio padre l’ha minacciata, ha continuato a picchiarla con le mani, l’ha lasciata a terra piena di sangue e poi ha detto a noi figli: “Lei fa finta, si è sporcata di pomodoro apposta per fare un film”». «Abitualmente - continua - le diceva in arabo parole del tipo “puttana di merda, troia”, e a noi figli “stronza, merda, puttana, insetto brutto”». Poi si ferma. «E altre cose così, molto volgari». Ha dovuto imparare anche questo, Fatima. A 13 anni soltanto.