Il papà di Telekabul: «L’unico Tg innovativo è quello che fa Fede»

Adalberto Signore

da Roma

Emilio Fede rientra a pieno titolo tra quel genere di persone che tutti amano sbeffeggiare in pubblico, salvo poi coccolarselo in privato. Di strali ne ha incassati più di ogni altro giornalista, quasi sempre da sinistra ma a volte pure da destra. Con la stessa identica litania a ripetersi uguale a se stessa nel corso degli anni: Fede è schierato, Fede è inattendibile, Fede è una caricatura. E a chi avesse ancora qualche dubbio basta far tornare alla mente l’ormai celebre serata elettorale con quelle venti bandierine rosse e blu che giravano vorticosamente da una regione all’altra della cartina d’Italia, una scena che a suo modo resterà nella storia della tv. Eppure, se almeno in pubblico l’ipocrisia delle buone maniere costringe molti politici (e pure taluni colleghi) a tenersi a distanza, non è un mistero che in privato Fede riscuota grandi successi. Lodi, plausi, inviti a cena e molte telefonate. Perché è un istrione, ma pure perché tanto bene sa fare il suo mestiere che Fede sa tutto di tutti. E tutti lo chiamano. Su un punto, dunque, non c’è dubbio: Fede è bravo. Lo era nel 1991, quando per mezz’ora Studio Aperto fu l’unico telegiornale a mandare in onda le prime immagini della guerra del Golfo, e lo è stato allo stesso modo un decennio dopo, l’11 settembre 2001, quando ancora una volta fu il solo giornalista italiano a dare in diretta sul suo Tg4 le immagini degli aerei che si schiantavano sulle torri del World Trade Center.
Così, non stupisce che a tessere le sue lodi e quelle del suo telegiornale sia uno del calibro di Angelo Guglielmi. Che se oggi è assessore alla Cultura della sua Bologna con Sergio Cofferati, ieri è stato lo storico direttore della prima Rai Tre «rossa». Il guru di Telekabul, direbbero i detrattori, dimenticando però la rivoluzione che riuscì a mettere in atto guidando la cenerentola del servizio pubblico tra il 1987 e il 1994. E inventando la cosiddetta «Tv verità», ma pure dando il via a programmi come Avanzi, Blob, Samarcanda, Quelli che il calcio, Chi l’ha visto? e Un giorno in pretura. Un vero e proprio innovatore, tanto che lo share della rete passò in pochi anni dal 2% per cento a ben oltre il 10. E ieri, intervistato dalla Stampa, Guglielmi non ha avuto tentennamenti nel dire che nel panorama italiano «l’unico che assomiglia molto a un tg moderno, all’americana, è ancora quello di Emilio Fede».
Il diretto interessato ringrazia, perché - spiega - «quando l’apprezzamento arriva da chi è sopra le parti non si può che andarne fieri». Al punto di ritagliarsi l’intervista e appenderla all’ingresso della redazione, a mo’ di monito «per alcuni colleghi un po’ troppo bricconcelli». Già, perché alla fine, il plauso di Guglielmi non può che essere tra i più graditi. Un tg «moderno» e «all’americana», dice uno degli uomini che più ha saputo innovare la televisione italiana. E Fede conferma. D’altra parte la stessa cosa gli disse Mauro Crippa, consigliere d’amministrazione Mediaset e direttore della Comunicazione, quando andò a visitare la Bbc. «Mi chiamò da Londra - racconta - ed era entusiasta: “Emilio, qui fanno i telegiornali con i collegamenti come i tuoi e con i commenti improvvisati. Pensare che tu lo fai da anni...”».
Alla fine, insomma, pure a sinistra («ma Guglielmi non era “di reparto”», disse di lui Piero Chiambretti) c’è chi non teme il conformismo. Che poi per Fede non è una novità. «Ho percorso la storia politica della Prima e della Seconda Repubblica», spiega, «e credo di avere un mio carattere e una mia professionalità». «Sono cresciuto alla scuola di Fabiano Fabiani e Enzo Biagi, una scuola seria. E - dice il direttore del Tg4 - quello che ho fatto in tutti questi anni, a partire dalla Rai, mi rende merito». E le critiche? «Ma quali critiche? Ricevo il plauso e l’apprezzamento di Bertinotti e di Veltroni. Ci mancherebbe altro, la sinistra ha di me il rispetto che merito, persino D’Alema...». Certo, non tutta la sinistra, ammette. «Ma di quello che pensano i quaquaraquà che contano come il due di briscola a me non interessa nulla», dice con una certa soddisfazione. Qualche nome? «Bé, Romano Prodi».