Papà uccise il figlio di 9 anni, a processo anche gli assistenti sociali

Il piccolo venne ucciso durante un colloquio alla Asl di san Donato. L'accusa è concorso in omicidio colposo: per il giudice non avrebbero adottato le cautele necessarie a evitare la tragedia

Gli assistenti sociali e l'educatore dovevano proteggere il bambino da «tutte le fonti di pericolo e con importanti tratti specifici di controllo nei confronti del padre». Invece «oltre a violare, e prima ancora di violare, norme di legge e provvedimenti dell'autorità giudiziaria di contenuto cautelare», hanno consentito «l'accesso del padre agli uffici comunali anche in presenza del figlio, ma in condizioni di insufficiente controllo». Per questo devono andare a giudizio con l'accusa di concorso colposo in omicidio. Lo ha stabilito il gip Simone Luerti, respingendo la richiesta di archiviazione formulata dopo due anni di indagini dal pm Cristiana Roveda per Nadia Chiappa, Elisabetta Termini e Stefano Panzeri indagati in seguito alla querela della mamma di Federico Shady Bakarat ucciso il 25 febbraio 2009 dal padre durante un incontro protetto presso l'Asl di San Donato Milanese. L'omicidio del bambino è avvenuto nell'ufficio colloqui dell'Asl di via Sergnano, a San Donato Milanese. Mohamed Barakat, un egiziano di 52 anni separato dalla moglie italiana, si era presentato per incontrare il figlio di 9 anni, che poteva vedere per un'ora una volta alla settimana, perché il bimbo era affidato al Comune e viveva con la donna, una manager con un passato da consigliere nel Comune di residenza. Durante il colloquio alla presenza degli assistenti sociali l'uomo ha prima sparato al figlio e poi lo ha pugnalato varie volte, prima di togliersi la vita. L'inchiesta sull'omicidio e sul suicidio era stata coordinata dal pm Gianluca Prisco. Mentre a Roveda era stata affidata quella relativa alla querela presentata dalla mamma del piccolo a carico degli assistenti sociali e dell'educatore. Lo scorso febbraio il legale della donna, l'avvocato Federico Sinicato, aveva presentato un'istanza di avocazione dell'inchiesta sostenendo che «a due anni di distanza dalla morte del bambino, il pm sta sostanzialmente compiendo un sequestro illegittimo del fascicolo processuale assegnatole senza che la persona offesa e chi l'assiste possano svolgere alcuna attività difensiva, fosse anche solo la formale opposizione a una richiesta di archiviazione avanti a un giudice terzo e imparziale». L'11 marzo successivo, il pm aveva chiesto di archiviare l'accusa di concorso colposo in omicidio doloso dei tre indagati, a cui poi la mamma del bimbo ucciso si è opposta. Oggi, dopo l'udienza camerale tenutasi il 16 giugno, il gip ha depositato la propria decisione, con cui ha dato tempo 10 giorni al pm per chiedere il rinvio a giudizio dei tre indagati. Il gip, tuttavia, ha riqualificato l'imputazione in concorso colposo in omicidio colposo ai sensi di un articolo del codice penale secondo il quale non impedire un evento, che si ha l'obbligo giuridico di impedire, equivale a causarlo. Nel motivare la propria decisione, Luerti sostiene che gli indagati sono stati negligenti sotto il profilo della «mancata conoscenza della reale situazione del minore e del rapporto col padre; mancato riconoscimento, o quanto meno superficiale valutazione, del pericolo rappresentato da Barakat nei confronti del minore; conseguentemente, omissione delle opportune cautele nella gestione del rapporto padre-minore, sfociate addirittura nel aver lasciato solo il minore con ol padre: occasione che ha permesso al Barakat di compiere il tragico gesto». E a suo avviso, «non risultano affatto pacifiche le conclusioni dell'organo dell'accusa circa l'assenza di potenziale aggressività e lesività da parte del Barakat anche verso il figlio e comunque della sua totale inaffidabilità per manifesta incapacità di autocontrollo, dimostrata (anche agli occhi e alla conoscenza degli indagati) fino a pochissime ore dal delitto. Anzi, proprio su questo punto, si sottolinea che se vi fossero stati segnali espliciti e inequivocabili di rischio concreto di aggressioni fisiche da parte del padre nei confronti di Federico, come richiesto dal pm, forse dovremmo discutere di concorso doloso eventuale e non di concorso colposo!». Il punto in ogni caso è, secondo il gip, che «l'evitabilità dell'azione lesiva risale invece al tempo anteriore (all'omicidio, ndr) in cui sia il Panzeri sia le assistenti sociali Chiappa e Termini esercitavano il loro potere in parte discrezionale di regolare i rapporti tra il padre e il figlio, dovendo e potendo avere presente la pericolosità del primo». Di qui l'ordine di disporne il processo.