Il papà della vittima: «Giusto così è il massimo che potevano dargli»

In aula per la prima volta anche la mamma della quattordicenne uccisa

da Milano

«Accetteremo ciò che sarà deciso», aveva detto il 26 ottobre scorso Maurizio Piovanelli, il padre di Desirée, a conclusione della requisitoria. «Posso dirmi soddisfatto, quello che speravamo l’abbiamo ottenuto», sono le prime parole pronunciate ieri, al termine dell’udienza. I giudici della terza Corte d’assise d’appello hanno appena pronunciato la sentenza nei confronti di Giovanni Erra, l’assassino. Trent’anni di carcere.
«In base alla legge, e secondo quanto ci hanno detto i nostri legali - continua Piovanelli - è il massimo che gli potevano dare. Quindi va bene così». Voce bassa, e basso lo sguardo. «È quello che si merita, spero di non vederlo mai più». Nessun pentimento, nessun perdono. «Da parte sua non ho mai visto alcun segnale di rimorso - racconta il padre della ragazza -, né ha mai cercato di mettersi in contatto con noi. Sua moglie, invece, lo ha fatto in qualche occasione. Ma da un lato ci chiedeva di perdonarlo, dall’altro insisteva nel dire che lui non c’entra, che quel pomeriggio non è mai uscito di casa e che in quella cascina non c’è nemmeno mai stato. E questa è una menzogna».
Nessun perdono perché «è impossibile accettare che mia figlia sia morta in quel modo». E nemmeno il movente sembra persuaderlo fino in fondo. «Siamo sempre più convinti che non sia quello». Zone d’ombra. «Per uccidere una ragazza in quel modo ci deve essere qualcos’altro sotto».
I «coni d’ombra», li chiama. Ma non sa dare una spiegazione, non trova ragioni. Già in altre occasioni aveva confidato di cercare un’altra motivazione per quanto è succeso a Desirée, sperando magari «che ci siano altre persone che sanno qualcosa, che per paura adesso non parlano, e che un giorno possano farlo». Un giorno, forse. Adesso, «speriamo solo che sia finita qui».
E ieri anche Maria Grazia, la madre di Desirée, era in aula. Per la prima volta da quando è iniziato il processo. Per la prima volta, perché in passato aveva sempre voluto evitare di rivivere il dramma. Ma ieri, una ragione c’era. Non parla, al suo posto lo fa il marito. «Presentarsi qui oggi è stato un grande sforzo da parte di mia moglie, ma ha voluto esserci per ringraziare il sostituto procuratore generale De Petris per lo sforzo che ha fatto per ricostruire la vicenda, e per il fatto di aver insistito nel chiedere trent’anni».
La condanna, appunto. «È una pena molto più giusta rispetto ai venti che gli erano stati dati in appello. Noi per quella sentenza eravamo rimasti delusi e dispiaciuti, ora mi sembra che si sia data una pena più adeguata per un omicidio così grave».
Infine, la vita a Leno. Il paese in cui abitano i genitori di Desirée, e le famiglie dei tre minorenni condannati. Una convivenza difficile, forse impossibile. In un primo momento, Maurizio Piovanelli aveva detto di volersi trasferire. E qualcosa, forse, è cambiato. «Non è facile restare lì, continuo a pensare che sarebbe meglio andarsene. Ma adesso spero che siano loro a farlo».