Il Papa ai terroristi: fermatevi, in nome di Dio

«Proviamo tutti un profondo dolore per gli atroci attentati»

Anna Maria Greco

da Roma

Prega per le vittime di Londra, il Papa. Ma prega anche per i loro carnefici. E ai terroristi che hanno portato la morte parla di vita, lanciando un grido: «Fermatevi, in nome di Dio!».
Benedetto XVI è affacciato alla finestra del suo studio, per l’ultimo Angelus prima della partenza per un periodo di riposo in Valle d’Aosta, a Les Combes. La folla l’ascolta in una piazza San Pietro dove la sorveglianza è stata raddoppiata a causa del rischio di nuovi attentati. Circa 40mila persone, quasi a sfidare appunto questo pericolo incombente. E lui, il Pontefice tedesco salito al soglio di Pietro in un momento in cui il terrorismo islamico fa parlare molti di «scontro di civiltà e di religione», sceglie di fare un discorso che non rinfocoli l’ostilità, l’intolleranza e la contrapposizione ma che invece chieda pentimento.
«Proviamo tutti - dice il Papa - un profondo dolore per gli atroci attentati terroristici di Londra di giovedì scorso. Preghiamo per le persone uccise, per quelle ferite e per i loro cari. Ma preghiamo anche per gli attentatori: il Signore tocchi i loro cuori. A quanti fomentano sentimenti di odio e a quanti compiono azioni terroristiche tanto ripugnanti dico: Dio ama la vita, che ha creato, non la morte». Poi, nella piazza gremita e blindata, risuona il suo invito perentorio, la sua esortazione addolorata: «Fermatevi!».
Un grido che riporta alla mente quelli dei suoi predecessori. Come quello di Giovanni Paolo II che nel primo anniversario dell'attacco alle Torri Gemelle del 2002, condannò gli attentati e invitò a pregare per le vittime e «per la misericordia e il perdono per gli autori di questo orribile attacco terroristico». O quello dello stesso Wojtyla nella Valle di Agrigento, quando nel ’93 lanciò il suo anatema ai mafiosi, «Convertitevi! Verrà il giudizio di Dio», parlando anche allora della cultura delle vita contrapposta alla cultura della morte. O come l’appello che nel ’78 Paolo VI indirizzò agli «uomini delle Brigate rosse», perché liberassero lo statista Aldo Moro rapito. E ancora come quello di Benedetto XV, che cercò di fermare la Prima Guerra Mondiale definendola «inutile strage». Questo Papa, di cui Joseph Ratzinger ha scelto il nome, fu quello che dal mondo musulmano ricevette grandi omaggi per il suo impegno per la pace, tanto che a Costantinopoli, attuale Istanbul e capitale dell’Islam, nel ’19 gli venne dedicato un grande monumento come «benefattore dei popoli, senza distinzione di nazionalità o di religione».
Ai terroristi che hanno aggiunto una tappa insanguinata a quelle dell’11 settembre 2001 a New York e dell’11 marzo 2004 a Madrid, il Papa si rivolge evitando di definirli musulmani e di associarli alla fede alla quale si richiamano. L'Islam, dice implicitamente, come ogni altra religione, non può giustificare disegni di morte. E chi compie azioni sanguinarie in suo nome commette sacrilegio.
Se la parte finale dell'Angelus è dedicata all'attentato di Londra e alle minacce dell'estremismo islamico sull'Europa, la prima è una lezione sulle radici cristiane del continente. Ratzinger parte dal fatto che oggi è il suo onomastico e si ricorda San Benedetto, il Patrono d'Europa cui è particolarmente legato. Insegnò che non ci si può accontentare di «vivere in modo mediocre, all'insegna di un'etica minimalistica e di una religiosità superficiale». E questa lezione è diventata «una vera urgenza pastorale in questa nostra epoca, in cui si avverte il bisogno di ancorare la vita e la storia a saldi riferimenti spirituali».