Il Papa: «Alessandro morto per la pace»

Il messaggio di Benedetto XVI: «È caduto mentre compiva il proprio dovere al servizio dell’ordine e della giustizia»

Andrea Tornielli

da Roma

Il caporal maggiore Alessandro Pibiri, assieme ai suoi commilitoni, si trovava in Irak per «compiere il proprio dovere» al servizio «della ripresa pacifica» di quelle popolazioni. Lo ha affermato Benedetto XVI nel telegramma scritto a suo nome dal cardinale Segretario di Stato Angelo Sodano, che è stato letto nel corso della cerimonia funebre di ieri mattina.
Nel messaggio, fatto pervenire dal Papa all’arcivescovo Angelo Bagnasco, Ordinario militare per l’Italia, si legge: «Appresa la notizia dell’ennesimo attentato terroristico in Irak che ha causato la morte del caporale maggiore Alessandro Pibiri e il ferimento di altri commilitoni della Brigata Sassari, il Sommo Pontefice esprime la sua paterna vicinanza spirituale ai familiari della vittima e ai feriti, e all’intera nazione, che, ancora una volta, piange un figlio caduto nel compimento generoso del proprio dovere al servizio dell’ordine, della sicurezza, della giustizia e della ripresa pacifica delle popolazioni irachene». «Nell’assicurare fervide preghiere di suffragio per la giovane vita barbaramente stroncata – è la conclusione del telegramma – Sua Santità invia a coloro che sono nel dolore la confortatrice benedizione apostolica».
Lo scorso aprile, dopo l’attentato costato la vita a quattro militari italiani a Nassirya, Benedetto XVI, tramite il cardinale Sodano, aveva ricordato che quei soldati erano impegnati nel «generoso adempimento della missione di pace» e il messaggio si concludeva con un pensiero a tutti i civili e militari che si dedicano all’«arduo compito di servire la popolazione così provata». Non ci sono dunque fondamentali differenze tra questo testo e quelli inviati in precedenza dalla Santa Sede alle esequie dei militari caduti nella missione irachena. Si tratta certamente di formulari che ricorrono di sovente in queste occasioni. Ma è altrettanto vero che il Vaticano considera quella italiana nel Golfo come una missione di pace e non di guerra. E questo nonostante che proprio la Santa Sede, con Giovanni Paolo II, sia stata in prima fila nell’opporsi fino all’ultimo all’intervento armato anglo-americano contro Saddam Hussein. Nel febbraio 2003, quando ancora la guerra doveva iniziare, il cardinale Sodano – che ora si appresta a lasciare il suo incarico di «primo ministro» del Papa dopo un lunghissimo servizio ai vertici della diplomazia d’Oltretevere – disse che in Irak gli americani rischiavano un nuovo Vietnam. Parole accolte con un certo malumore Oltreoceano, ma che si sono rivelate assolutamente vere.
Finita la prima fase dell’intervento militare, che il Vaticano ha cercato di scongiurare in ogni modo, si è aperto il problema di ricostruire e pacificare. La Santa Sede non ha mai considerato come azioni di guerra quelle intraprese dalle nostre truppe come da quelle di altri Paesi che hanno inviato soldati in Irak dopo la caduta del regime di Saddam provocata dall’intervento militare anglo-americano. Chiarissime, a questo proposito, furono le parole pronunciate nel gennaio 2004 da Giovanni Paolo II il quale, pochi mesi dopo il primo grave attentato contro i soldati italiani a Nassirya aveva lodato il nostro Paese per il suo «spirito d’altruismo» e di «solidarietà» con il quale stava cercando di «creare in campo internazionale un giusto ordine al cui centro ci sia il rispetto dell’uomo». Anche la Conferenza episcopale italiana, attraverso le parole del suo presidente Camillo Ruini, ha più volte sottolineato questo aspetto dell’impegno italiano in Irak.
Questo aspetto è stato toccato anche nell’omelia funebre dall’arcivescovo Bagnasco, che ha celebrato le esequie. «Il nostro affetto va ad Alessandro, giovane vittima, al quale l’unanime voce tributa ammirazione e onore per il suo servizio alla sicurezza e alla ricostruzione pacifica lontano dalla patria in terra straniera, sapendo che nessun uomo, in fondo, è straniero all’altro». L’Ordinario militare ha quindi sottolineato che «Cristo ci costituisce fratelli, ci consegna a quella reciproca, solidale prossimità di cui tutti, individui, popoli e nazioni, siamo responsabili. Come uomini e come cristiani. Per questo - ha aggiunto - ogni ferita alla prossimità umana, ogni offesa sulle vie impervie dell’incontro, non spengono la forza della speranza e il coraggio di credere nella solidarietà concreta e generosa. Questo i nostri militari ben lo conoscono, lo credono fermamente, e lo vivono con rettitudine, con una dedizione e modestia innate che non può non commuovere chi li conosce».