Il Papa andrà in Terra Santa all’inizio del 2007

Fini: «Si aiutano i palestinesi, ma non si può aiutare Hamas». Lunedì i ministri Ue decidono

Gian Micalessin

L’invito è arrivato, il Vaticano non ha ancora risposto ufficialmente, ma Shimon Peres l’ha già annunciato. «Il Papa mi ha detto che indicativamente potrebbe venire in Terra Santa nella prima parte del prossimo anno», ha spiegato il veterano della politica israeliana dopo l’incontro in Vaticano di ieri mattina con Benedetto XVI.
L’unico ostacolo sono le ancora irrisolte questioni fiscali e i problemi politici su cui lo stato ebraico e la Santa Sede continuano a negoziare. Ma a sentir Peres tutto si risolverà. La conferenza stampa del Premio Nobel per la Pace – latore di un invito al Papa firmato da Ehud Olmert - è scivolata poi sulla questione di Hamas. «Spero che per allora non esista più il problema» ha risposto Peres a chi chiedeva se la presenza di un governo targato Hamas alla testa dell’Autorità palestinese complicasse la visita. «Hamas ha creato un governo, ma non vedo come possa governare», ha aggiunto pronosticando una crisi a breve termine dell’esecutivo fondamentalista.
Dimessosi da vice premier al seguito di tutti i ministri laburisti lo scorso dicembre, Shimon Peres è stato rieletto come indipendente nelle liste di Kadima e dovrebbe venir reinsediato nella sua vecchia funzione da Ehud Olmert che, proprio ieri mattina, ha ricevuto dal presidente Moshe Katsav l’incarico di formare il nuovo governo. Il portabandiera di mille trattative ha ieri ribadito di considerare, per l’immediato futuro, soltanto l’ipotesi di colloqui con il presidente Mahmoud Abbas. «Continueremo a negoziare con i palestinesi nonostante al governo ci sia Hamas perchè l'interlocutore autorizzato a trattare è il presidente Abu Mazen». Peres ha invece escluso colloqui con Hamas perché «è per definizione contro la pace».
Joaquin Navarro Valls, il direttore della Sala stampa del Vaticano, spesso indicato come uno degli uomini meno indulgenti nei confronti dei governi israeliani, ha ieri fatto un regalo a Peres ricordando come nei colloqui sia stata espressa «la condanna di ogni forma di terrorismo sotto qualsiasi forma». Navarro Valls non ha però dimenticato le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu disattese da Israele e ha ricordato che qualsiasi discussione sulla pace presuppone il loro rispetto.
Hamas e il suo governo in bancarotta attendono intanto il verdetto dei ministri degli Esteri riuniti da lunedì in Lussemburgo per decidere la sorte dei finanziamenti all’Autorità palestinese. Secondo Gianfranco Fini, lui e i suoi colleghi europei cercheranno di valutare finanziamenti alternativi diretti, anziché al governo di Hamas, al presidente Mahmoud Abbas o alle organizzazioni umanitarie responsabili dell’assistenza ai civili palestinesi. «Si aiutano i palestinesi, ma non si può aiutare Hamas», ha affermato il ministro, ricordando che «il riconoscimento dello Stato di Israele è una conditio sine qua non».
In casa palestinese i rapporti tra Hamas e il presidente Mahmoud Abbas si stanno intanto rapidamente deteriorando. Dopo aver scavalcato il ministro degli Interni di Hamas affidando il controllo di polizia, sicurezza preventiva e difesa civile a Rashid Abu Shabak, il presidente Abbas ha avocato a sé il controllo del valico di Rafah. Mentre il premier Hanyeh invocava un incontro chiarificatore, il presidente gli rifilava un altro colpo basso assumendo, attraverso l’Olp da lui stesso guidato, il controllo di tutta la politica internazionale. La mossa, tecnicamente legale, è di fatto un vero golpe istituzionale che isola ancor di più Hanyeh e i suoi ministri.
Il premier di Hamas e il suo ministro delle Finanze Omar Abdel-Razeq, in disperata attesa degli ottanta milioni di dollari promessi dai paesi arabi per pagar gli stipendi di 140mila dipendenti, devono far i conti anche con l’ambigua ritrosia delle banche. L’Arab Bank ha infatti annunciato la chiusura di tutti i conti intestati al governo di Hamas per timore di controlli internazionali sui finanziamenti al terrorismo.