Il Papa benedice il governo: difende i cristiani

Il segretario del Pd prova a far uscire il suo partito dall’angolo, dopo mesi passati (inutilmente) a seguire le mosse di Fini sperando di aver finalmente trovato il grimaldello che avrebbe liberato il centrosinistra da Berlusconi, riaprendo i giochi anche per loro.
Dalle colonne di Repubblica (terza pagina, grande evidenza) Pierluigi Bersani batte un colpo, annuncia una sua «piattaforma democratica» di riforme per il paese, lancia una esplicita avance al Terzo polo: alleiamoci per andare «non contro Berlusconi, ma oltre Berlusconi». E archivia le primarie, grande mito fondativo del Pd, che si è rivelato spesso un pericoloso boomerang per il partito: «Siamo pronti a mettere in discussione i nostri strumenti», dice Bersani. E, tra le righe, incalzato dall’intervistatore Goffredo De Marchis, si dice pronto a fare un «passo indietro» se Pier Ferdinando Casini cedesse alla seduzione e accettasse di fare il candidato premier.
Bersani cerca anche di anticipare e neutralizzare un possibile scontro in Direzione. Non con Veltroni, con il quale si è premurato di parlare anticipandogli i contenuti della proposta, e ricevendone più o meno un via libera, quanto con l’ala ex Popolare di Fioroni che dell’appuntamento del 23 dicembre intendeva fare un processo contro il segretario, imputandogli la «linea fallimentare» tenuta durante la crisi, e il gioco di sponda con Fini che si è concluso con la bruciante sconfitta sulla mozione di sfiducia.
Nel partito si scatena la bagarre. Più alla base che al vertice, in verità: tra i dirigenti, applaudono dalemiani e centristi franceschiniani; i veltroniani ironizzano un po’ ma non affondano, anzi apprezzano l’impostazione; le critiche più dure arrivano solo dai “rottamatori“ di Renzi e dagli ulivisti della prima ora. «Si vuol fare un’alleanza dall’Anpi a Salò», commenta sarcastico il lombardo Pippo Civati. «Bersani vuole restaurare la Prima Repubblica», accusa il prodiano Arturo Parisi. Mostra molti dubbi Sergio Chiamparino, il sindaco uscente di Torino che ha meditato di concorrere alle primarie, e che teme che «la gente non capirebbe se ci mettessimo a fare la salmeria del centro».
Ma sui siti del Pd, su quello del segretario e su Facebook i militanti si scatenano. Contro. C’è chi minaccia di restituire la tessera, chi si indigna per alleanze «contro natura», con i «fascisti» che «fino a tre giorni fa erano avversari», chi annuncia che voterà Vendola o direttamente Udc, anziché Pd: «Finisce che voto questo Terzo Polo se continuate a rincorrere gli altri. Sembra che tutti gli altri siano migliori del Pd. Abbiamo un complesso d’inferiorità?», si chiede una iscritta.
Fini tace, mentre le risposte di Casini alle avance sono vaghissime (apprezza «l’autocritica» di Bersani, ritiene «intelligente l’idea di andare oltre Berlusconi, perché contro Berlusconi non si costruisce niente»); e d’altronde nessuno si aspettava realisticamente molto di più, nel Pd. Il leader Udc, corteggiato da destra e da sinistra, pressato dalla Chiesa e gravato dal peso della nuova forzata alleanza terzopolista con Fini, ha intenzione di tenersi le mani libere più a lungo possibile, e al Nazareno lo sanno. D’altronde, l’affondo di Bersani sulle primarie da mettere in discussione sembra avere un doppio obiettivo: il primo il rilancio della politica di alleanze, il secondo tutto interno. Il segretario sa che le elezioni anticipate sono tutt’altro che escluse e avverte Vendola che non gli verrà regalata l’occasione per lanciare un’Opa sul Pd. E poi ci sono le amministrative della prossima primavera: in tutte le principali città d’Italia le primarie stanno diventando teatro di un devastante scontro tra clan che rischia di distruggere il partito e i suoi migliori candidati (vedi Fassino a Torino). Un colpo netto di freno era necessario.