Il Papa: «È Dio a creare i diritti, non lo Stato»

Marcello Pera: «Il dialogo non vuol dire convertirsi, ma confrontarsi e prendere sul serio le rispettive posizioni»

Stefano Filippi

nostro inviato a Norcia (Perugia)

Firma di suo pugno. E lo fa in italiano, Benedetto, non nel tradizionale latino ufficiale che pure ama tanto. Il Papa sottoscrive con la sua grafia minuta e uno svolazzo sul «XVI» il saluto a Marcello Pera, presidente del Senato, per l'incontro di studio su «Libertà e laicità» che si chiude oggi nella patria di San Benedetto. Il convegno - un centinaio i partecipanti - è promosso da una fondazione laica, Magna Charta (Pera è presidente onorario), e dalla Fondazione per la sussidiarietà guidata da Giorgio Vittadini. Ratzinger benedice Cl, benedice uno degli interlocutori laici più attenti, benedice il dialogo tra di loro. E l'autografo, una rarità, dà più peso al contenuto del messaggio in cui il Papa torna sulla presenza di Dio nella cosa pubblica.
Quindici giorni fa, all'apertura del sinodo dei vescovi, aveva detto che era da ipocriti tollerare la fede nel chiuso delle coscienze personali impedendo però che incida pubblicamente. Ieri ha scritto che «la dignità dell'uomo e i suoi diritti fondamentali rappresentano valori previi a qualsiasi giurisdizione statale, non vengono creati dal legislatore ma sono iscritti nella natura stessa della persona umana, e sono pertanto rinviabili ultimamente al Creatore». Dunque sì allo stato laico, che tutela la dignità umana, ma spazio - anche nella legislazione - al «senso religioso». La «laicità positiva», così la chiama Benedetto XVI, deve garantire «a ogni cittadino il diritto di vivere la propria fede con autentica libertà anche in ambito pubblico per un rinnovamento culturale e spirituale dell'Italia e del continente europeo».
Pera, che è arrivato nella piazza San Benedetto di Norcia sottobraccio a Roberto Formigoni, ha ripreso molti spunti del Papa. Ha detto che il dialogo «non vuol dire convertirsi, ma confrontarsi e prendere sul serio le rispettive posizioni». Ha ammesso l'errore del liberalismo («lo dico con il cuore sanguinante perché è la teoria politica che ho bevuto con il latte materno»): l'aver puntato tutto sul concetto di individuo e non di persona. «In questo modo - ha detto - si è sviluppata al massimo la società libera, ma si è impoverita fino al minimo la società buona. Oggi il liberalismo va ripensato, le teorie di 200 anni fa non bastano più. C'è una rinascita di spiritualità, con i giovani cattolici che riempiono le piazze e pretendono una presenza pubblica, mentre il laicismo ispirato dalla sinistra scatena una controffensiva contro il fenomeno religioso che chiede un riconoscimento. L'ostracismo a Buttiglione e le polemiche sul crocifisso ne sono esempi».
Il presidente del Senato è tornato anche sul «meticciato», anche se non ha usato l'espressione che aveva scatenato un mare di polemiche al Meeting di Rimini. Pera ha parlato di «comunità incrociate»: «Sono un dato di fatto, ma è l'ideologia del multiculturalismo che va combattuta perché tutela i gruppi e non le persone». Torna ancora questa parola: «Anche i laici devono riconoscere che il concetto di persona nasce nella tradizione giudaico-cristiana mentre è sconosciuto alla cultura greco-romana. È da questa tradizione che anche noi laici dobbiamo ripartire». Un passaggio sottolineato nel dibattito da Giancarlo Cesana: «La tradizione è la consegna di ciò che fa capire cos'è la vita e la realtà. Attenzione a bruciare 2000 anni segnati da una certa idea di uomo, di educazione, di società». «Togliete la tradizione e resterete senza identità - ha incalzato Pera -. Questo significa essere conservatori? Sì, lo siamo».
È l'occasione per un botta e risposta con Vittadini, al quale non piace l'espressione «neo-con», neo conservatori. «In America si chiamano così, non facciamoci spaventare da questo termine - ha detto Pera -. Molti ci scomunicano perché ci prendiamo queste etichette. Qualche intellettuale cattolico preferisce il silenzio al linciaggio cui verrebbe sottoposto. Ma anche i vescovi dovrebbero avere più coraggio. Nel segreto delle urne referendarie, i fedeli hanno avuto più fegato».