Il Papa a Ground Zero prega per la pace

Il Pontefice sul luogo simbolo degli attentati dell'11 settembre: "Bisogna intercedere per le vittime, ma anche per tutti coloro che hanno i cuori e la mente consumati dall'odio".

New York - Il cratere di Ground Zero rimbomba di un assordante silenzio mentre Benedetto XVI, da solo, percorre a piedi l’ultimo tratto della rampa che lo conduce nel punto più basso, sulla roccia dove poggiavano le fondamenta delle Torri Gemelle. Tacciono anche le cornamuse del corpo di polizia, che hanno appena accolto la papamobile con i loro suoni caratteristici e stridenti.

Un vento gelido sferza la città, dopo le calde giornate che avevano accompagnato le prime tappe della visita di Ratzinger a New York. Anche il tempo atmosferico si è adeguato all’abisso di dolore che si legge nei volti delle ventiquattro persone che attendono di pregare con il Papa. Sono stati scelti a sorte, sedici di loro hanno perso un familiare nel crollo seguito all’attentato, quattro sono superstiti, quattro soccorritori. «Una lotteria che preferirei non aver vinto», sussurra Linda Litto, rimasta vedova l’11 settembre del marito Vincent, un broker della «Cantor Fitzgerald».

Cerimonia semplice, essenziale quella di ieri mattina. Quasi privata, nonostante gli «occhi» delle televisioni di tutto il mondo. Quelle stesse che sette anni fa trasmisero le incredibili immagini degli aerei schiantatisi sul World Trade Center. L’attacco terroristico che ha cambiato la storia del mondo. Un attacco che ha sconvolto innanzitutto la vita dei familiari delle 2.896 vittime.

Il Papa s’inginocchia e trascorre in silenzio alcuni minuti, raccolto in preghiera sull’inginocchiatoio bianco, davanti al cero che tra poco accenderà. Un cero piantato sull’acqua, accanto al «bed rock», il piccolo «letto di pietra» scura, simbolo delle fondamenta di Manhattan. È Ground Zero, l’epicentro del dramma. Nonostante il tempo passato, il dolore si mescola ancora all’incredulità nei volti di questi newyorkesi scelti a rappresentare le oltre mille persone toccate direttamente dalla strage, che avevano chiesto di incontrare Papa Ratzinger.

«O Dio dell’amore, della compassione, della riconciliazione, rivolgi il tuo sguardo su di noi riuniti oggi in questo luogo, scenario di incredibile violenza e dolore», prega Benedetto XVI con voce flebile. «Ti chiediamo di concedere luce e pace eterna a tutti coloro che sono morti in questo luogo: i primi eroici soccorritori: i nostri vigili del fuoco, agenti di polizia... insieme a tutti gli uomini e donne innocenti». Alla destra del Papa, c’è un uomo alto in divisa, con i baffi. È John McLoughlin, uno dei due poliziotti estratti vivi dalle macerie della Torri Gemelle. Si regge in piedi con qualche difficoltà, cammina a fatica, porta nel corpo sconquassato i segni dell’11 settembre 2001. La sua storia è stata interpretata da Nicolas Cage nel film «World Trade Center». «Ti chiediamo di portare guarigione a coloro che soffrono le lesioni e la malattia...» prega il Papa pensando anche al traballante poliziotto con i baffi che fra qualche istante tenterà di inginocchiarsi davanti a lui.

«Guarisci la sofferenza delle famiglie ancora in lutto e quanti hanno perso persone care in questa tragedia». Le lacrime, in quel momento, rigano il volto di Dymphna Jessicks, 74 anni, sorella gemella della «vittima numero 0001», il padre francescano Mychal Judge, ex alcolista, apostolo dei diseredati, cappellano dei pompieri, rimasto ucciso all’esterno del World Trade Center mentre amministrava l’estrema unzione ai primi feriti.

Benedetto XVI ricorda anche le vittime dell’attacco al Pentagono, e quelle del volo «United 93» schiantatosi in Pennsylvania. Ma le parole che meglio fotografano i suoi sentimenti, sono quelle finali, invocazione a Dio per convertire all’amore i cuori dei terroristi: «Dio della pace, porta la tua pace nel nostro mondo violento: pace nei cuori di tutti gli uomini e le donne e pace tra le nazioni della Terra. Volgi verso il tuo cammino di amore coloro che hanno i cuori e la mente consumati dall’odio». La risposta all’odio non può essere altro odio, le guerre scatenate in risposta agli attacchi dell’11 settembre non hanno reso il mondo più sicuro. Bisogna pregare per le vittime, per chi vive nel lutto. Ma anche per tutti coloro che sono invasati d’odio, per coloro che hanno voluto abbattere, negli svettanti grattacieli della Skyline di Manhattan, un simbolo del potere degli Stati Uniti.

Dopo la preghiera e l’accensione del cero, Benedetto XVI incontra a uno a uno i parenti delle vittime e i sopravvissuti presenti. Fanno da sottofondo le note di Carter Brey, il primo violoncello della Filarmonica di New York che esegue una selezione di brani tratti dalle sei Suites di Bach. La cerimonia dura mezz’ora in tutto. Poi il Ratzinger se ne va, muto, com’era venuto. Tutti rimangono in silenzio. Qualcuno non trattiene l’emozione e cerca conforto nell’abbraccio col vicino. C’è un cilindro di vetro che la protegge la debole fiammella che il Papa ha appiccato, e che fatica a resistere all’insidia del vento. C’è ancora il gelo del cratere di Ground Zero, ma una flebile speranza è stata riaccesa.