Papa Luciani, è campata per aria la tesi del delitto

Caro Granzotto, in una delle prime pagine storiche del Giornale si riferisce della morte di Papa Luciani; nell’articolo, a sua firma, non manca già un primo accenno all’ipotesi di assassinio. A distanza di anni, può riassumere se sono rimasti elementi in favore di questa ipotesi, o se sono invece stati fugati tutti i dubbi?

A noi, che vi ritroviamo le nostre firme, quelle pagine mettono i brividi, caro Marzollo. Ti catapultano indietro d’una vita. Scrissi quelle poche righe per dovere di cronaca perché all’omicidio non ho mai creduto e seguito a non crederci. Montanelli, poi, che detestava la dietrologia, non ne voleva nemmeno sentir parlare e mi concesse di seguire la vicenda quasi di contraggenio. Risultò subito evidente che la tesi del delitto era suffragata da argomenti debolissimi se non futili e da un possente ipotetico movente. Questi gli argomenti, le «prove»: non era vero - come si lesse nel comunicato della Santa Sede - che a scoprire il cadavere fosse stato il segretario di Papa Luciani, John Magee, bensì la fedelissima suora Vincenza Taffarel. Non era vero che sul comodino da notte ci fosse una edizione dell’Imitazione di Cristo, bensì copie di vecchie omelie tenute da Albino Luciani. E poi: perché il Sacro Collegio negò l’autopsia? Perché gli oggetti personali di Papa Giovanni Paolo I scomparvero dalla sua camera da letto? A tutte quelle obiezioni c’era una risposta ovvia: da un lato lo scrupolo, forse eccessivo ma sempre innocente, di fornire una immagine più formale dello scenario, dall’altro la tutela della privatezza (rimozione degli oggetti personali) dell’estinto e il fermo proposito di non voler alimentare dicerie col sottoporre ad autopsia la salma. Ovviamente queste considerazioni non convinsero, ed anzi, quanti insistevano su un complotto ordito dai soliti servizi deviati, dalla mafia e da una quinta colonna massonica interna alla Curia. Una forza del male che soprattutto in quei tempi - ricordiamoci che si era negli anni di piombo - veniva indicata come espressione della destra eversiva e bombarola: ce n’era dunque d’avanzo per scatenare la così detta controinformazione o informazione alternativa, allora molto di moda.
La scelta del movente fu un gioco da ragazzi: già dalle sue prime mosse Papa Luciani s’era mostrato, agli occhi della parte più reazionaria della Chiesa, un vero pericolo, altro che la persona umile e sprovveduta che si credeva. Era un riformista (e già per questo meritava di morire), ma per somma sciagura la prima cosa che aveva in animo di riformare era l’Istituto per le Opere di Religione, la banca vaticana. Intendendo riportare la Chiesa alla primitiva povertà, Giovanni Paolo I avrebbe avuto l’intenzione di devolvere niente meno che il 90 per cento delle ricchezze dell’Ior in opere caritatevoli affidando poi la gestione del restante 10 per cento a un istituto dello Stato italiano. Fine dell’Ior, fine del potere che l’Ior rappresentava: e chi c’era allora a capo dell’Ior? Monsignor Marcinkus, yankee, in combutta col peggior capitalismo, quello delle multinazionali e delle grandi banche. In combutta con la P2 di Licio Gelli, con Michele Sindona e Roberto Calvi. Fu dunque lui, Marcinkus, a ordire la trama portata a compimento da Gelli con l’aiuto del cardinal Villot, Segretario di Stato e massone: qualche goccia di digitale e Papa Luciani sarebbe morto nel sonno, come colto da infarto. Inutile dirle, caro Marzollo che di questo teorema mai venne esibita non dico una prova, ma un semplice riscontro. Tant’è che la teoria del complotto finì presto nel grande dimenticatoio in cui giacciono altre decine di presunti complotti svelati dalla controinformazione. Resta solo da aggiungere che, tanto per cambiare e non smentire la loro fama, ne riparlò un pentito di mafia, Vincenzo Calcara. Ma il magistrato al quale fece le sue confidenze si chiamava Paolo Borsellino. E la cosa finì lì.