Il Papa scrive a Kabul: graziate il convertito

Andrea Tornielli

da Roma

Benedetto XVI ha scritto al presidente afghano Hamid Karzai chiedendo la grazia per il musulmano convertito al cristianesimo che rischia di essere messo a morte come apostata. L’intervento della Santa Sede è stato affiancato a quelli di molti governi occidentali – Italia compresa – e proprio grazie a questa mobilitazione internazionale il governo di Kabul sta studiando una soluzione che permetta la scarcerazione immediata di Abdul Rahman. Una scarcerazione che potrebbe avvenire nelle prossime ore, secondo fonti ufficiose vicine al presidente Karzai.
Alla riunione dei cardinali, che si è svolta giovedì scorso in Vaticano, Papa Ratzinger aveva voluto porre a tema della discussione anche il dialogo con l’islam. Nelle stesse ore arrivava per via diplomatica sul tavolo del presidente Karzai la missiva della Santa Sede, che non è certo nuova a questo tipo di iniziative e si è battuta più volte, sia pubblicamente che riservatamente, per evitare l’esecuzione delle condanne alla pena capitale. Il caso di questi giorni è certamente eclatante, perché pone ancora una volta sotto i riflettori il problema delle conversioni dall’islam alle altre religioni e il rispetto dei diritti umani nei Paesi sottoposti alla legge islamica.
La lettera è firmata dal Segretario di Stato Angelo Sodano, che a nome di Benedetto XVI chiede al presidente afghano un intervento in favore di Rahman appellandosi proprio al rispetto dei diritti umani: «Sono certo signor Presidente che lasciar cadere il caso giudiziario contro il signor Rahman arrecherebbe un grande onore a tutto il popolo afghano e solleverebbe il plauso della comunità internazionale. Contribuirebbe così in modo significativo alla nostro comune missione di promuovere reciproca comprensione e rispetto tra le diverse religioni e culture nel mondo». Un intervento è stato fatto nei giorni scorsi anche dalla Conferenza episcopale italiana, che ha inviato una lettera al ministro degli Esteri Gianfranco Fini pregandolo di continuare e intensificare, di concerto con gli altri membri dell’Unione europea, gli interventi presso il governo di Kabul per evitare la condanna dell’ex musulmano convertito.
La Costituzione dell’Afghanistan, all’articolo 7, contiene l’impegno a osservare la Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che garantisce libertà di religione, ma l’articolo 3 della stessa legge fondamentale del Paese afferma che nessuna norma può contraddire l’islam. Dunque, siccome la sharia prevede la condanna a morte di chi rinnega la fede islamica per abbracciarne un’altra e non è disposto a fare marcia indietro, ecco com’è stato possibile che per il quarantunenne afghano sia stata chiesta dal pubblico ministero la condanna a morte. La sentenza deve ancora essere emessa e proprio per questo lo stesso Fini era sembrato ottimista perché «non è detto che il tribunale accolga la richiesta di condanna e che sia pronunciata la sentenza».
Rahman, era stato arrestato il mese scorso dopo essere stato accusato dalla sua stessa famiglia di essersi convertito al cristianesimo, secondo quanto ha riferito il giudice Ansarullah Mawlavezada. Nella prima udienza, Rahman aveva ammesso di essersi convertito 16 anni fa, mentre lavorava come operatore umanitario per un’associazione internazionale cristiana che si dedica al soccorso dei rifugiati afghani a Peshawar, in Pakistan. «Noi non siamo contrari ad alcuna religione in particolare, ma in Afghanistan questo genere di cose è contro la legge», aveva detto il giudice Mawlavezada, «è un attacco all’islam». Durante il processo, il pubblico ministero ha offerto all’imputato la possibilità di tornare sui suoi passi.
Un possibile escamotage che permetta a Rahman di avere salva la vita è che venga riconosciuto infermo di mente: sarebbe proprio questa la via che intende percorre il governo di Kabul, che nelle prossime ore potrebbe sottoporre l’uomo a una perizia psichiatrica. Mentre resta rigida la posizione delle autorità religiose afghane. «Non possiamo permettere che Dio sia umiliato», ha affermato Abdul Raoulf, membro del Consiglio degli ulema: «Chiederemo alla gente di farlo a pezzi».