Il Papa, un vero pensatore laico

Sandro Bondi*

Non deve stupire la scelta di Benedetto XVI, il suo stile, anche in questo caso assai personale e mirato, eppure così semplice e diretto. E non deve destare stupore il suo messaggio al convegno di Magna Charta, che si è tenuto a Norcia e dedicato al tema più caldo del nostro tempo, Libertà e laicità. È un messaggio che inaugura una fase nuova di rapporti tra il Pontefice e un’istituzione culturale legata ad un’alta figura istituzionale come il presidente del Senato, Marcello Pera.
Se partiamo dal contenuto del messaggio di Benedetto XVI, scopriamo subito uno stile teologico e pastorale del tutto originale, unico, ficcante, il tentativo, cioè, di inserire il messaggio cristiano dentro le pieghe più laceranti del nostro tempo. Scrive il Papa: «Formulo poi l’auspicio che la riflessione che si farà al riguardo tenga conto della dignità dell’uomo e dei suoi diritti fondamentali, che rappresentano valori previi a qualsiasi giurisdizione statale. Questi diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore, ma sono inscritti nella natura stessa della persona umana, e sono pertanto rinviabili ultimamente al Creatore. (...) Tra queste istanze, primaria rilevanza ha sicuramente quel “senso religioso” in cui si esprime l’apertura dell’essere umano alla Trascendenza. Anche a questa fondamentale dimensione dell’animo umano uno Stato sanamente laico dovrà logicamente riconoscere spazio nella sua legislazione».
Il testo del messaggio va considerato nel suo complesso e va analizzato adeguatamente e contestualmente alla dottrina cattolica tradizionale che afferma da sempre che opera del Creatore sono anche i diritti fondamentali dell’uomo, inscritti nella natura umana e nella struttura ontologica della persona. Questo punto, così alto ed affascinante sul piano antropologico, è oggi messo seriamente in discussione dal pensiero radical-laicista, che trova, ad esempio, nella rivista Micromega una sorta di avanguardia settaria e francamente ignorante. Il penultimo numero di questa rivista, diretta da Flores D’Arcais, è interamente dedicato alla grande questione della natura umana e si almanacca in termini filosofici relativistici e scientistici (infatti, si tratta del consueto Almanacco di filosofia, 4/2005), dell’inesistenza dell’essenza umana e della struttura fisiologica ed ontologica di ciò che non soltanto la Chiesa, ma l’intero pensiero occidentale ha sempre definito «natura umana». In quelle pagine si sostiene una tesi che Benedetto XVI smonta con il suo messaggio: la contingenza umana e la sua finitudine non accettano in alcun modo il «peso» di una natura umana, vecchio orpello metafisico oggi del tutto abbandonato dalla scienza e dal pensiero post-moderno. Ebbene, il Papa, che “annusa” tutto ciò che si muove nel mondo non credente, risponde anche a queste provocazioni intellettuali, ma non fa soltanto questo. Egli rilancia la questione della natura umana creata da Dio e la sostanza metafisica dei diritti umani inserendo questo impianto nel contesto della «sana laicità» dello Stato.
E cos’è questa «sana laicità»? È un modo di esercitare il potere secondo i limiti posti da Dio, secondo la lettera del Vangelo di San Giovanni, là dove, nel grande e drammatico dialogo fra Gesù e Pilato, quest’ultimo interviene così: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». E Gesù risponde: «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto» (Gv 19, 10-11).
Benedetto XVI, coniugando il fondamento creaturale della persona, la natura umana, i diritti umani e la laicità dello Stato, spiazza ancora una volta sia i laicisti di maniera, orfani della «sindrome di Porta Pia», sia i neo-confessionalisti, che potremmo definire, un po’ vulgatamente, teo-con. È, questa, la novità di questo grande Papa, un uomo che parla alla storia, memore della lezione di Giovanni Paolo II. Se, dunque, Hobbes ha inaugurato la modernità totalitaria, che ha introdotto violentemente la pretesa giacobina di «creare» il mondo umano e storico oggi possiamo dire che questo mondo ideologico si è infranto sotto le macerie del muro di Berlino. Oggi l’uomo è più libero e più aperto, forse più sradicato, ma certo più desideroso di verità e di «senso religioso». L’aveva còlto quel don Giussani, così amato da Benedetto XVI: la fede non è consolazione, ma innanzitutto strumento di sfida e di messa a confronto della verità di Cristo con la storia umana. Ne consegue che la fede o ha una dimensione pubblica o semplicemente non è, riducendosi a mera consolazione intimistica. La sfida intellettuale di Papa Ratzinger è la congiunzione di questo modo di vivere la fede con l’ethos pubblico e civile. Potremmo aggiungere che questa dimensione teorica aveva già antenati illustri, da Tocqueville a Lasch. Ma forse la constatazione più ruvidamente affascinante è questa: abbiamo trovato il pensatore più sanamente laico del mondo, è l'uomo che abita il Vaticano, il Papa professore di teologia, Ratzinger. Nuovo edificatore di civiltà laica e libera come quel Benedetto di cui porta degnamente il nome. E abbiamo scoperto un filosofo liberale, e laico, capace di dialogare, da liberale, con il mondo cattolico e di porsi, anche se pudicamente, il tema della fede.
*coordinatore nazionale Forza Italia