Il Papa a Vespa: vada avanti con il suo lavoro

Luca Telese

da Roma

«Se qualcuno pensa che Rifondazione voterà per il rifinanziamento della missione in Afghanistan così come ci viene proposto, ha sbagliato i conti. Chi dice che c’è un accordo, sbaglia. Vogliamo ridiscutere tutto e l’unica cosa su cui possiamo convergere è il consenso a una chiara exit strategy». Elettra Deiana, deputata di Rifondazione, vicepresidente della commissione Difesa, lancia un messaggio chiaro alla dirigenza dell’Ulivo e a quanti, come il ministro degli Esteri Massimo D’Alema, in questi giorni sostengono che l’Italia si ritirerà dall’Irak, ma finirà per aumentare il suo impegno sui teatri di guerra afghani. È una delle parlamentari che ha più seguito le questioni militari, è reduce da un viaggio in Afghanistan nelle ore in cui tutti scommettono su una «resa» del partito di Fausto Bertinotti, mette in guardia il governo sui rischi di un voto di fiducia e spiega tutti i dubbi del suo partito.
Allora, onorevole Deiana, come stanno le cose? Berrete l’amaro calice?
Sorride. «Vede, nel momento in cui stiamo parlando, le agenzie stanno battendo la notizia di un’offensiva di caccia e di bombardieri nel sud dell’Afghanistan. Già si parla di decine di vittime tra i guerriglieri e le persone civili. Questi non stanno gettando caramelle».
Lo ricorda a me?
«Lo ricordo a tutti coloro, anche a sinistra, che si sono convinti, non si sa bene per quale artificio dialettico, che dall’Irak ci si poteva ritirare, mentre quella in Afghanistan era una missione tutta diversa. Vede, io quando leggo questa notizia, e penso ai villaggi distrutti in queste ore, alle popolazioni civili coinvolte, ho in mente vite reali e non le pedine di qualche strategia diplomatica».
Onorevole Deiana, però ha sentito anche lei la voce che filtra nel Palazzo, l’accordo è già fatto, in qualche modo alla fine Rifondazione si turerà il naso e voterà sì al rifinanziamento, anche in Afghanistan.
«Ah, davvero? Invece pensi che in queste ore i nostri dubbi crescono. Anzi, rispetto all’inizio, ho l’impressione che la mozione multinazionale di peacekeeping che era stata autorizzata nelle risoluzioni Onu del dicembre 2001 sia stata via via snaturata senza che ci sia stato un passaggio di chiarificazione, né in Italia né all’estero».
Cosa vuol dire con «snaturata»?
«Be’, mi pare sotto gli occhi di tutti il progressivo rafforzamento del carattere militare di quell’azione. C’è stata una ripresa dei talebani, si sono riaperti focolai di guerra, la nostra missione è sempre più contigua a quella americana di enduring freedom».
Lei ha visto che la Nato ci chiede maggiore impegno?
«Sì, più caccia, più truppe, un diverso mandato... Se lo possono scordare. Si sta militarizzando il territorio, questa drammatica soluzione si configura sempre più come una “occupazione”».
Però D’Alema lo ha detto chiaramente, anche il governo italiano vuole rafforzare la missione.
«Se sto a quello che ha detto in commissione Difesa, posso dire con serenità che la nostra posizione è diametralmente opposta alla sua».
Allora vi diranno che volete far cadere il governo.
«Noi non vogliamo affatto far cadere il governo Prodi, tuttavia la polemica sull’Afghanistan spiega che ci sono questioni di fondo irrisolte. Che non erano neanche nel programma dell’Unione».
Forse proprio per questo ci sono dei margini di manovra per D’Alema e Parisi?
«Io non credo proprio. Noi vogliamo una discussione seria, da fare ora per ridefinire i rapporti Usa-Europa e Italia-Usa, quindi non pensiamo assolutamente che si debba rafforzare la missione perché ce lo chiedono gli Stati Uniti. Se devo usare una parola, io ho parlato della necessità di congelarla».
Magari in questo momento D’Alema ha concordato qualcos’altro con Condoleezza Rice.
«Non c’è proprio bisogno di fare i primi della classe alla corte di Bush».
Mi dicono che fate le belle animelle pacifiste, che non vi volete sporcare le mani.
«Non siamo anime belle. Crediamo che esistano gli strumenti della pace, della cooperazione e della diplomazia. E prendiamo atto che chi sosteneva gli effetti salvifici della guerra adesso ci chiede rinforzi perché quella linea non ha risolto i problemi».
È sensibile all’argomentazione di chi dice non possiamo ritirarci perché abbiamo avuto delle vittime italiane?
«Non posso sopportare l’idea che qualcuno faccia scrivere la linea della politica internazionale al sangue delle vittime. Potrei dire che quei soldati sono vittime di scelte sbagliate, ma sarebbe demagogia».
Ma se il governo alla fine metterà la fiducia, che cosa farete se siete così contrari?
«La fiducia potrebbe sembrare una scelta facile perché per senso di responsabilità potremmo anche votarla. Ma devono avere chiaro che la fiducia non risolverebbe nulla, sarebbe come coprire un fossato con un tappeto. Noi chiediamo un dibattito e mettiamo dei paletti. Il primo è né caccia né truppe, ma una seria exit strategy per uscire dall’Afghanistan».