Papadopulo: «Io vinco sempre ma mi vogliono solo in Egitto»

Cinque promozioni, l’ultima con il Lecce, eppure è a spasso. Giuseppe Papadopulo comincia la stagione da spettatore, in B non ha più voglia di allenare, dava per scontato di restare in Puglia, gli hanno preferito Beretta, non gli rimane che stare alla finestra.
«Papa», com’è possibile che si ritrovi disoccupato?
«Non lo so nemmeno io, è da illo tempore che vinco campionati, probabilmente non riesco a fare cento, mi fermo sempre a 99. Ad altri bastano campionati anonimi per avere la chance di allenare ai massimi livelli».
A tre settimane dalla finale playoff vinta sull’AlbinoLeffe, nessuno l’ha cercata?
«Solo dall’estero: Russia, Egitto, Grecia, è come se mi chiedessero di cimentarmi nel motociclismo anzichè nel calcio. Dalla C2 in su sono documentatissimo, la conoscenza approfondita è fondamentale per i risultati».
Dal ’92 non sbaglia un colpo: salvezza o promozione. Perchè nessun grande club la fila?
«I risultati li ho ottenuti anche in piazze difficili (promozione e salvezza in B con l’Acireale e la Fidelis Andria, poi sprofondate, ndr), avrei meritato gratificazioni professionali superiori. A Palermo sono arrivato ottavo, ereditando una classifica scadente: ho rivisto di recente il presidente Zamparini, era contentissimo di me, qualcuno non aveva perorato la mia causa (il ds Foschi, ndr)».
Anche alla Lazio arrivò ottavo, Lotito prese Delio Rossi.
«È la mia squadra del cuore, ci avevo anche giocato. Subentrai a Caso appena sopra la zona retrocessione, vincemmo il derby dopo 5 anni, 3-1 gol di Di Canio, Cesar e Rocchi, poi vittoria a Firenze 3-2. Arrivammo all’Intertoto, non bastò. Venivo dal grande ciclo del Siena, cominciato con me: salvezza in B, promozione e salvezza anticipata in A».
Si può consolare con il titolo europeo di Aragones, che ha 70 anni: lei ne ha 60, anche le carriere degli allenatori si allungano.
«Pure Lippi è del ’48 e Capello ha 62 anni. I giovani ci sono, però nelle squadre importanti come minimo bisogna avere 50 anni. Ho sempre dovuto scalare tutte le montagne, dai dilettanti, anche da calciatore, ci ho messo parecchio ad arrivare laddove altri sono giunti subito. Di una cosa vado orgoglioso: mai alzato il telefono per sollecitare il mio nome a un presidente o a determinate persone che nel calcio contano. Mai spedito gli auguri a Natale, non voglio speculare sui buoni rapporti».
Tutti davano per scontato che restasse al Lecce, in serie A tutte le panchine si erano già occupate.
«Restare a piedi non mi spaventa, ho sempre faticato a trovare una panchina. L’importante è avere chiaro che sono grande, sbaglio sempre con la mia testa. Ora andrò in ferie, aspettando fiducioso la chiamata per un progetto importante, mi sento pronto per grossi livelli. È al Sud che mi sono sempre trovato molto bene, ho bisogno di gente passionale: a Lecce un anno e mezzo fa ho cominciato con 3mila spettatori, per la finale ce n’erano 33mila. Mi hanno mandato via per divergenze sui programmi, volevo cambiare 6-7 undicesimi, anche se adesso è più facile salvarsi in A che essere promossi. Il presidente Semeraro e il ds Angelozzi non erano d’accordo. Rimanere fermo non la sento come una diminuzio, la prendo con filosofia. Sono 23 stagioni di fila che alleno, a volte sono subentrato: neanche quest’anno vivrò un anno sabbatico».
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