Papes: «La censura ha soffocato la nostra fantasia»

La loro tournée parte il 14 giugno da Potenza e girerà tutta l’Italia. Sono I Giganti, punta di diamante del beat vocale anni Sessanta con brani come Tema, Proposta, Una ragazza in due. Oggi I Giganti sono Enrico Maria Papes, il figlio Ally, Enrico Santacaterina, Francesco Romagna. «Per forza - sottolinea Papes - Checco Marsella s’è ritirato per motivi di salute, Mino e Sergio Di Martino sono morti». Li ricordate I Giganti? Quattro giovanotti beat ma al tempo stesso fuori dal mondo beat, quattro cantanti che scrivevano le loro canzoni con vena ironica e un pizzico di protesta. Belle armonie vocali, e sotto la proverbiale linea di basso di Enrico Maria Papes che nel 1966 portano al successo Tema, un brano molto particolare in cui ciascuno di loro si presenta per nome prima di cantare la sua strofa. È entrato nella storia quell’«Apre il tema Sergio» con l’attacco: «Penso che l’amor sia la più bella cosa che/dia felicità ma ciò che vedo è poi verità». Quegli stessi Giganti che l’anno dopo regalano a Sanremo l’inno pacifista all’italiana Proposta che, a frasi dei singoli come «Mi piace il lavoro ma non sono contento/non è per i soldi che io mi lamento/ma questa gioventù/ci avrei giurato che mi avesse dato di più» alterna il corale «mettete dei fiori nei vostri cannoni perché non vogliamo mai nel cielo/molecole malate ma note musicali/che formino gli accordi per una ballata di pace». La canzone si ammanta di protesta ed entra ufficialmente al festival. «Ma è stata incoscienza - ricorda Papes -; l’attacco di Proposta a cappella lo abbiamo provato a sorpresa un minuto prima di salire sul palco. Siamo stati uno dei gruppi più originali e creativi del beat, e abbiamo pagato il nostro. Ci siamo sciolti nel 1972 perché ghettizzati, mancava la visibilità, il supporto dei media, così ci hanno costretto ad andarcene».
E questi nuovi Giganti allora? «La nuova formazione è nata senza evocare la nostalgia o pensare ai revival, dai quali sono sempre fuggito». Quindi si riparte da zero... «Il nostro nome conta ancora qualcosa, ma è come un nuovo inizio. Io sono nato come batterista suonando il r’n’r con Clem Sacco e poi con Guidone, quindi ho formato un trio con Mino e Checco dove ho scoperto come usare la mia voce da basso. Il successo è arrivato due anni dopo con Fuori dal mondo, 300mila copie vendute, clamoroso per l’epoca».
Ancora a caccia di successo? «Non l’ho mai inseguito, sennò avrei cambiato genere. Ho faticato a convincere mio figlio ad entrare nella band; lui ha il suo gruppo, Hamah Trio, ha presentato un pezzo all’ultimo Sanremo ma è stato bocciato, ed aveva un certo pudore a suonare le mie canzoni con cui è cresciuto, ma poi tutto è decollato, anche se bisogna stare attenti ai gusti del pubblico». Ovvero? «Nello show ci sono i successi dei Giganti riarrangiati, brani nuovi, classici rock come Smoke On the Water dei Deep Purple dove suono la batteria, qualcosa di Santana e pezzi d’autore italiani. In molte piazze, non so perché, non gradiscono i pezzi di Gaber; invece apprezzano Il pescatore di De André con un finale di percussioni e Il vecchio e il bambino di Guccini per chitarra e voce. Ma la gente è imprevedibile, e ama il mio monologo sugli animali per solo pianoforte. Al Nord sono più preparati, al Sud vogliono sentire solo canzoni conosciute, non importa chi le canti».
Bene, accogliamo il ritorno del figliol prodigo ma torniamo dall’attualità alla storia: perché un gruppo così s’è sciolto? «Se oggi il mondo vive solo di immagine, potete pensare cos’era allora. Eravamo un gruppo a parte, quattro cantanti che scrivevano da soli i loro pezzi con uno stile particolare. Non avevamo i capelli lunghi ma inspiegabilmente le cose che cantavamo davano fastidio». O tempora o mores. «Veramente; hanno censurato Una ragazza in due che oggi andrebbe bene all’asilo, dicevano che i riferimenti all’amore libero erano troppo espliciti. E poi Io e il presidente ci ha tagliato le gambe, arrivò terza al Cantagiro ma fu subito messa nella lista nera. Allora dubitammo di essere in un Paese libero, come diceva il testo. Ci chiesero di cambiare le parole ma noi, testoni, abbiamo detto no e lì di fatto il gruppo è morto. Uno scandalo». Poi però ci hanno riprovato. Stavolta con il rock progressivo e l’ellepì Terra in bocca, disco di denuncia sul tema della mafia. «E quello fu supercensurato. Uno dei primi esempi di rock progressivo, una svolta per uscire dagli schemi della forma canzone. Nel disco c’erano artisti come Vince Tempera e Ares Tavolazzi degli Area. Era la storia di un omicidio di mafia del ’36, quindi non toccava l’attualità, ma niente da fare. Pensammo che se non potevamo dire la verità era meglio togliere il disturbo».
Ma in realtà a chi avete pestato i piedi? «Non lo sappiamo, questo è il problema. Abbiamo lottato contro i mulini a vento; c’erano tanti altri gruppi impegnati come I Nomadi, ma avevano il supporto dei discografici. Noi eravamo completamente liberi; al Cantagiro i gruppi viaggiavano ciascuno su una macchina scoperta, noi invece su quattro auto diverse... Tanto che un giorno c’era un concerto in un paese che mi pare si chiamasse Ronco; così due di noi andarono a Ronco vicino a Torino e gli altri a Ronco in provincia di Potenza». Insomma liberi e ribelli. «Anche ingenui e coraggiosi. Non avevamo il minimo dubbio che avremmo sfondato. Abbiamo firmato il contratto con la Rifi in pochi minuti; quattro chiacchiere e li abbiamo convinti a fare un disco. Pensavamo che il mondo della musica fosse meraviglioso». Chi erano i vostri idoli? «Vocalmente gli Everly Brothers. E poi i pazzi scatenati del rock: Jerry Lee Lewis, Chuck Berry, Bo Diddley. Elvis invece non mi ha mai convinto». Com’era Sanremo ai vostri tempi? «Era un evento, una gara sentitissima che tutti guardavano. Oggi per i giovani è l’unica vetrina importante, se poi non la sanno sfruttare perché mancano le idee non è colpa del Festival». È piuttosto duro nei giudizi. «Sono un orso - amo solo i bambini e i cani - e da sempre sono fuori dal coro, emarginato. Sono scappato da Milano nel ’74 per rifugiarmi in Toscana e sono tornato da pochi mesi. Voglio vedere se resisto. Se vuoi fare questo lavoro devi metterti una maschera, io vado avanti per la mia strada, dopo il tour coltivo un progetto. Fare un album con canzoni dimenticate di autori come Leo Ferrè o Enzo Jannacci come Ti te se no». Ci sono tante leggende sulla nascita del nome I Giganti. «Non ricordo esattamente; forse fu opera di Guidone, o forse, quando Sergio e Mino formarono il primo gruppo, erano tutti talmente bassi che per prenderli in giro li chiamammo Giganti. O forse eravamo solo megalomani...».