Pappalardi a casa Litigano i magistrati

La procura non condivide la decisione del gip che ha concesso i domiciliari al papà dei due fratellini morti. E annuncia: "Potremmo fare ricorso"

Bari - Nessun passo indietro. La linea della Procura non cambia e adesso, dopo la scarcerazione di Filippo Pappalardi si rischia lo scontro tra uffici giudiziari baresi. «Le valutazioni del gip e la qualificazione da lui attribuita ai fatti non è vincolante di per sé, e, nella fase delle indagini preliminari, per il pubblico ministero, che è l’unico titolare dell’esercizio dell’azione penale»: così il procuratore del Tribunale di Bari, Emilio Marzano, precisa che l’inchiesta non è affatto chiusa.

Il padre di Ciccio e Tore, dall’altro ieri ai domiciliari dopo aver trascorso oltre tre mesi in carcere, è ancora indagato per i reati di sequestro di persona, duplice omicidio e occultamento di cadavere. Ma il gip Giulia Romanazzi «liberandolo», ha derubricato le accuse ipotizzando il reato di abbandono di minori seguito da morte tratteggiando uno scenario decisamente diverso. Dalle 32 pagine del provvedimento che dispone gli arresti domiciliari nei confronti di Pappalardi, emerge infatti una ricostruzione nuova: la sera della scomparsa, il 5 giugno del 2006, il padre non uccise i figli, ma li inseguì e tentò di fermarli per le strade di Gravina in Puglia; i ragazzini però riuscirono a sfuggirgli e finirono nella «casa delle cento stanze» dove poco dopo finirono inghiottiti dal pozzo.

Il ritrovamento dei corpi ha spalancato nuovi scenari investigativi e le autopsie hanno chiarito che i ragazzini non furono picchiati: insomma si sarebbe tratto di un incidente, Ciccio precipitò per primo; Tore si calò da un’altezza inferiore, è fu stroncato da freddo e fame.

E adesso a palazzo di giustizia la tensione si respira nell’aria. «Di fronte al provvedimento del gip di cui l’ufficio del pubblico ministero ha appena avuto conoscenza ufficiale - dice il procuratore Marzano - è necessario approfondire gli argomenti del giudice, riflettere sulle considerazioni dal medesimo svolte e quindi confrontarsi all’interno dell’ufficio inquirente sulle interpretazioni e sulle determinazioni che il pubblico ministero potrà adottare».

L’accusa ha chiesto al gup di ascoltare con l’incidente probatorio il testimone chiave, cioè il bambino che avrebbe visto i fratellini Pappalardi salire in macchina del papà la sera del delitto. Ma il gup ha respinto la richiesta sconfessando di fatto l’impianto accusatorio della Procura. E sulla tragedia di Gravina in Puglia, adesso interviene anche il ministro della Giustizia, Luigi Scotti. «Da vecchio magistrato - dichiara - ho sempre ritenuto che la custodia cautelare sia una misura estrema: servono specifici presupposti che non so se esistano in questo caso». Aggiungendo: «Si parla troppo, anche i magistrati parlano troppo: vorrei ricordare che è un illecito disciplinare parlare dei propri procedimenti».

Intanto, mentre si accavallano le polemiche, il padre dei fratellini chiede di poter vedere per l’ultima volta i resti dei bambini.