Pappano dal podio di Londra al Conservatorio

Bel colpo per le Serate Musicali che domani (ore 21), in Conservatorio, riescono ad assicurarsi la presenza di Antonio Pappano. Già, la star del podio con doppio incarico al Covent Garden di Londra e all’Accademia di Santa Cecilia di Roma. Pappano raggiunge una città poco frequentata, e lo fa in una veste a lui congeniale ma nascosta ai più. Quella del pianista, in coppia con il violoncello di Luigi Piovano per un programma che saggia il romanticismo pieno di Schumann, quello tardo di Brahms e Rachmaninov spingendosi nel Novecento graffiante di Shostakovich.
Pappano pianista? E noi aggiungiamo: profondamente pianista. La Pappano story, infatti, iniziava fra gorgheggi e arie respirate in casa propria, a Londra, dove il padre, insegnante di canto, fece di necessità virtù avviando il musicalissimo figlio all’attività del pianista accompagnatore. Da lì, il prode Antonio avrebbe spiccato il volo, da almeno un decennio abbondante è direttore di rango internazionale. Che proustianamente ama riandare al passato. «Le mie radici sono a Castelfranco in Miscano, un paesino di Benevento dove ogni anno ritorno per un concerto pianistico alla memoria di mio padre, a lui devo l’amore per la musica», ci spiega. In lui si sedimentano diverse culture e nazionalità tanto che ama definirsi italo-anglo-americano. Italiani i genitori che traslocarono a Londra per completare gli studi, «nel 1958 fecero le valigie. L’anno dopo sarei nato io», sorride. Anche il nome, tratti somatici e un caldo fare latino rammentano che le origini sono italiane. Quanto agli States: poco più che adolescente, Pappano andava nel Connecticut, «lì stava mia zia. Le due famiglie si scambiarono le case, era un'occasione per fare nuove esperienze». Maestro ripetitore, si faceva conoscere con una sostituzione last minute di un direttore febbricitante, seguivano le esperienze a Berlino, Oslo e Bruxelles. «Ora sono ancora legato a Londra, vi risiedo e lavoro, però avverto che è Roma la bussola del mio vagabondare, la calamita delle molteplici esperienze che hanno aperto la mente agevolando il confronto con la musica e con le persone», confessa. Altra confessione, «con la nomina londinese e romana s’è creato un paradosso. Perché lavoro nel teatro d’opera di un Paese, l’Inghilterra, avaro di compositori d’opera e questo richiede che quotidianamente ci si sforzi di trovare un suono tedesco per Wagner piuttosto che francese per Massenet e italiano per i Verdi o Puccini di turno. In compenso, almeno da un punto di vista numerico, gli operisti italiani non hanno un corrispettivo sul versante della musica sinfonica, così a Santa Cecilia, che è un’istituzione sinfonica, vivo il problema di Londra all’inverso. Alla fine è una sfida che non può non accrescermi».