La par condicio non vale per le toghe

In questo periodo, da quando è cominciata la campagna elettorale ufficiale, arcigni signori che si atteggiano ad arbitri imparziali (come può esserlo un pesce rispetto al pescatore) ostentano cronometri e bilancini e tutto misurano, immagini e parole, riferendosi alla «par condicio» come se fosse la sintesi delle tavole della legge e non una truffa verniciata d’eguaglianza. Tutti subiamo la «par condicio», autentico peccato originale di questa democrazia, ma c’è una categoria, anzi una frazione di categoria, che per il suo incontrollabile potere, per l’illiberale primazja che ha strappato sul campo delle civili rovine, non è sottoposta a nessuna regola e in piena campagna elettorale fa politica infischiandosene della «par condicio». Questa frazione di categoria è una certa magistratura, una formazione d’élite di toghe, giacobine e talebane insieme, che sono entrate nella partita elettorale a gamba tesa, ma senza rispettare il regolamento né riconoscere l’arbitro. Toghe (il colore decidetelo voi) decise a fermare in ogni modo il presidente del Consiglio, l’indigesto (per loro) Cavaliere Silvio Berlusconi. Queste toghe hanno covato per anni un certo affare, una presunta storia di irregolarità in materia di diritti cinematografici e cessioni, e hanno coltivato con cura maniacale un certo avvocato londinese. Lo hanno considerato veritiero quando, per convenienze fiscali, ha dichiarato di essere stato pagato da Silvio Berlusconi, non lo hanno preso in nessuna considerazione quando ha precisato di non avere avuto, in realtà, nessuna somma dallo stesso Berlusconi.
Certi magistrati non rispondono a nessuno, nemmeno alla legge, nemmeno al comune concetto di giustizia. La difesa di Berlusconi aveva chiesto che si facessero certe indagini, che si ricostruissero il tragitto, la provenienza e la causale di certe somme pervenute all’avvocato Mills (il professionista londinese di cui sopra), ma la richiesta è stata respinta, perché a certe toghe non interessa la verità, ma la deformazione che può servire ai loro teoremi.
Alla negazione della prova è seguita, puntuale, in piena campagna elettorale la richiesta di rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi per il reato di corruzione in atti giudiziari, che sarebbe gravissimo se il presidente del Consiglio l’avesse commesso. Ma non l’ha commesso e questo è un vero guaio per i magistrati giacobin-talebani e per la sinistra giustizialista che non ha mai rinunciato all’idea di liquidare quell’innovatore pericoloso del Cavaliere per via giudiziaria, con avvisi di garanzia. Con richieste di processo, con atti e verbali convenientemente dilatati dai mezzi d’informazione, dai giornali sedicenti «indipendenti», dai corrieri della faziosità finanziariamente programmata.
I noti talebani sono intervenuti nel cuore della campagna elettorale, con la loro capacità di rimbombo mediatico, ma il presidente del Consiglio non è disposto a farsi pugnalare senza opporre la forza dirompente della verità. Ieri Silvio Berlusconi ha reso note le carte che raccontano chi ha pagato l’avvocato Mills e perché. I legali del Cavaliere hanno fatto il lavoro di accertamento della verità che avrebbe dovuto svolgere la pubblica accusa se non fosse stata accecata e inacerbita dal pregiudizio anti-berlusconiano. Ma nella via giudiziaria alla democrazia progressista non ci sono regole che impongano di rispettare i fatti, anzi i fatti vengono piegati e plasmati perché si adattino alla volontà rivoluzionaria.
Berlusconi ha dimostrato che l’accusa nei suoi confronti è falsa e strumentale. Ha avuto la forza e i mezzi per dimostrarlo. Ma se una identica e ingiusta pressione si fosse esercitata su un cittadino indifeso? Anche per questo votiamo.