La parabola di Angelo il manager clochard tornato ricco in strada

da Milano

«Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia...» Può essere che Angelo Starinieri, ricco e povero, e poi di nuovo ricco; manager divenuto clochard, e infine di nuovo manager dei suoi amici barboni, dai milioni ai centesimi, su e giù per le montagne russe di un’esistenza esagerata, non abbia mai letto Louis Ferdinand Céline. Ma già quel titolo: «Viaggio al termine della notte», gli piacerebbe, per non dire che un personaggio come il suo ci sarebbe stato bene benissimo - di diritto, anzi - nelle pagine del medico visionario di Courbevoie. Parla di quelli come lui, Céline, quando dice per esempio che «l’esistenza è una cosa che vi torce e vi rovina la faccia».
La faccia di Angelo Starinieri, 70 anni, barba bianca e gli occhi che hanno fatto da spettatori a tante sconfitte, un po’ rovinata lo è.
Lui, l’uomo che con i suoi amici barboni è entrato nel Guinness dei primati perché un giorno gli è venuto in mente di confezionare la torta più grande del mondo (86 metri di giulebbe, se vi sembran pochi...) un libro potrebbe scriverlo domani, se volesse. Un libro per raccontare che l’approdo a un paradiso possibile in cui la speranza, il riscatto, la visione di una felicità infine possibile spesso è lì, a portata di mano. E viene un momento in cui tocca fermarsi, riconoscere che il bene è lì da vedere, basta allungare una mano per coglierlo; e allora tutti i pezzi sparpagliati tornano alla base, e un quadro compatibile, benigno, salvifico infine, va profilandosi. Riconoscerlo, farlo proprio, ecco di che si tratta.
Angelo Starinieri, dunque, 70 anni, quasi sempre vissuto a Como. Manager - marketing, pubblicità, relazioni esterne - di una multinazionale svizzera, ramo orologi. Presidente, a un certo punto, della «Lariana Hockey», «150mila euro investiti in due anni, così...».
Poi il mondo che comincia a girare a rovescio. Un figlio che muore per droga, il matrimonio che va a rotoli, i problemi economici a seguire. Per un anno e mezzo Starinieri viene a vivere a Milano, da un amico. Ma la vita: sempre in discesa. «Uno stato di torpore molto triste», sintetizza lui. Depressione, si chiama.
Lascia la casa dell’amico, prende a gravitare intorno alla stazione di Cadorna. «Dormivo sulle panchine, mi lavavo alla Croce Rossa, mangiavo alla Caritas. Pian piano morivo dentro, sentivo che il cervello mi si spappolava». Poi, la scossa. Una donna che gli passa accanto, e dice al figlio: «Lo vedi? Se non studi finisci come quello lì». Allora Starinieri si alza, si ricorda che una volta, dài, era un uomo. Resta dov’è: ma ricomincia a fare le cose che sapeva fare. Angelo Starinieri ricomincia a vivere a novembre. Si inventa una mostra di pittura: «Suoni e colori: 28884 minuti per gli invisibili». Invisibili come lui. A dicembre, la faccenda della torta, cui mettono mano in una trentina. E i giornali e le telecamere che corrono a vedere.
A marzo, un salotto letterario dove i lettori possono incontrare gli autori: «Leggere un libro per il sorriso di un clochard». E con i soldi messi insieme ecco una bella roulotte dove fare un po’ di cucina, e sette tende nuove di zecca per dormirci la notte. In ballo, altre due buone idee: una piattaforma dove collocare altre tende per i suoi amici e un combino con il Comune per la gestione di alcuni giardinetti della città. La sera, quando tutti i barboni di Cadorna si ritrovano, sembra una famiglia. Lui, il manager che si fece clochard, nelle vesti dell’amministratore delegato degli Invisibili, se si può dire.
Non cambierà vita, Starinieri. Ha detto così: «Non si diventa clochard per scelta. Ma bisogna rispettare il proprio destino». Céline avrebbe sottoscritto.