La parabola del «gigante delle statistiche»

Gioventù tra Pci e campi da rugby, fu lanciato da Funari. Ideò il «Contratto con gli italiani». Due anni fa la fine del sogno

Stefano Filippi

Una vita da mediano, quella mai. Nella sua prima esistenza, Gigi Crespi è stato un difensore: grande e grosso com’è, un metro e 92 per 130 chili tendenti ai 150, fu un asso del football americano, difensore laterale dei Rhinos, uno scudetto. Uscire dalla mischia era la sua specialità, botte da orbi e via. Era rivoluzionario, ateo, socio fondatore di Radio Popolare, frequentatore delle Frattocchie e iscritto alla gioventù comunista guidata da Massimo D’Alema, e come il futuro premier lanciava le molotov, e anche le biglie di ferro e i cubetti di porfido. Fu perfino arrestato e dunque conosce già la durezza delle carceri.
Nella sua seconda vita Luigi Crespi fu un attaccante di sfondamento, il corsaro della statistica, l’ariete dei sondaggi. Cominciò rilevando gli ascolti delle tv milanesi. Gianfranco Funari lo lanciò come personaggio. Era il 1995 quando inciampò nella clamorosa diretta di Retequattro, quella delle elezioni regionali, undici bandierine a quattro per il Polo ribaltate il giorno dopo. Banderillas piantate sulla sua schiena taurina che avrebbero potuto schiantarlo. «Fu un errore colossale», ammise anni dopo. Ma il gigante barbuto rialzò la testa e si rimise a correre, raddrizzò Datamedia - la sua società di sondaggi - e azzeccò tutti gli appuntamenti elettorali successivi. A cominciare dalla vittoria di Gabriele Albertini a Milano appena 18 mesi dopo il tracollo con Emilio Fede.
Silvio Berlusconi lo notò e lo arruolò. Fu l’apoteosi. Crespi divenne uno degli uomini più influenti d’Italia, il consigliere per la comunicazione dell’uomo che si preparava a vincere le elezioni del 2001. Fu l’ex Rhinos, incornata la mantilla e strappato tutto ciò che tende al rosso, a suggerire al Cavaliere la strategia della campagna elettorale, a coniare lo slogan «Meno tasse per tutti», a mettere a punto il contratto con gli italiani che Berlusconi sottoscrisse davanti alle telecamere di Porta a Porta. Non era un’idea originale: «Il patto con gli elettori lo aveva inventato Reagan - ha ammesso Crespi qualche tempo fa - io sono andato dal mio notaio con la carta bollata e ho steso un vero contratto. Berlusconi l’ha firmato compiendo un gesto simbolico di altissimo valore». La notte dei risultati elettorali fu la grande rivincita di Crespi sui fantasmi di sei anni prima, e lui festeggiò lanciandosi proprio con Fede in una specie di danza liberatoria.
La sua carriera di goleador, però, non aveva ancora raggiunto l’apogeo. Si spinse all’estero, aprì filiali in America, indicò alla virgola le percentuali con cui Lula avrebbe vinto le presidenziali in Brasile. In Italia acquistò la Cirm (l’istituto di Nicola Piepoli) e la Directa, vinse un appalto Rai per le trasmissioni elettorali. Trasformò Datamedia in Hdc, Holding della comunicazione, una società che continuava a fare sondaggi politici ma gestiva anche relazioni pubbliche e call center, faceva marketing industriale e ricerche di mercato, produceva spot e vendeva pubblicità.
Crespi concentrava tutto quello che il mercato della comunicazione poteva offrire, compreso il primo giornale on line d’Italia, Il Nuovo. Dodici aziende acquistate, 500 dipendenti, attività in 18 Paesi, 150 miliardi di lire di fatturato «di cui solo il 2 per cento riguarda Forza Italia o la Fininvest». Un titano, come lui. Con l’ambizione, anch’essa titanica, di «creare la prima multinazionale italiana di comunicazione e ricerca».
Due anni fa il sogno si infrange. Le banche, che avevano finanziato l’ascesa imprenditoriale, chiudono i rubinetti. Crespi accusa: hanno tagliato i fidi senza motivo, colpiscono me per colpire Tremonti. Gli istituti, Popolare di Lodi in testa, dicono che i bilanci non sono chiari e lo segnalano alla procura di Milano che apre un’inchiesta. L’uomo delle bandierine cede tutte le aziende alle banche creditrici per la somma di un euro. Hdc fallisce. «Ho perso tutto, pago il mio patto con il diavolo, mi libero dall’immagine del rampante cinico e spregiudicato», dichiara. Abbraccia il buddhismo, «l’arte della solitudine, il karma che fa emergere le tue energie». È la terza vita dell’ex mago dei sondaggi, quella di panchinaro disilluso in meditazione. Quella che ieri, dal carcere, gli ha fatto dire: «Da due anni ricevo torti, e forse questo è il meno grave».