La parabola della Gruber: dal milione di voti a una tv per pochi intimi

L’ex mezzobusto Rai, eurodeputata del Pd, fa come Santoro e annuncia la sua ricomparsa in video: «Torno al mio lavoro di giornalista». Su La7 condurrà «Otto e mezzo», trasmissione da 2,6% di share

da Milano
«Il Parlamento europeo? È noiosissimo, solo una prima della classe come la Gruber potrebbe farcela». Parola di Santoro, il discolo che a Strasburgo rimase solo il tempo per accorgersi che alla poltrona preferiva i salotti televisivi. E in effetti Lilli lo ha preso in parola e si è talmente immedesimata nella parte della secchiona da finire la «scuola europea» con un anno di anticipo sulla fine del mandato. Per tornare anche lei al primo, catodico amore: la tv. Già, perché ora l’eurodeputata eletta nelle liste dell’Unione con oltre un milione di voti non riesce più a pagare «il pegno emotivo al distacco dalla professione». E alle magnifiche sorti e progressive del Continente preferisce i domestici cachet di «Otto e mezzo», il talk-show di nicchia di La7 che andrà a condurre.
Strana parabola, quella di Dietlinde Gruber da Bolzano, nome da saga dei Nibelunghi e criniera cremisi da dominatrice. A otto anni vuole fare la suora, a sedici finisce nella Londra dei Sex Pistols. Ritorna in valle e comincia a scalare la parete del giornalismo. Stampa locale, la sede regionale Rai, il Tg2 di Antonio Ghirelli, fino al Tg1. Sfodera appeal e voce setosa e si inventa la postura di trequarti, labbro tumido e profilo accattivante. Lilli fa carriera, pretende, si fa diva: «Trovai in un cassetto un sondaggio in cui risultava che per gradimento schiacciavo Mentana, Sposini, Biagi - raccontava in un'intervista -. Andai dal direttore Celli e chiesi come mai ero ancora inviata al minimo sindacale. Mi fece caporedattore “ad personam”». Diventa personaggio e fa mulinare le sue convinzioni personali. Definisce «discussa» la legge Gasparri, Antonio Ricci la accusa di «edulcorare le notizie», Sgarbi le dà della «sindacalista di sinistra». Poi scoppia la guerra in Irak e l’altoatesina è inviata Rai a Bagdad. Nei fuorionda prende in giro le colleghe Simoni e Botteri e intanto ogni sera fa bella mostra di veli e pashmine molto etniche che ufficialmente le proteggono la gola dai tremendi raffreddori mediorientali ma che fanno tanto islam friendly. Così definisce i terroristi «resistenti iracheni» e fa imbizzarrire tutto il centrodestra. È la sua fortuna politica.
Alle europee del 2004 Romano Prodi la candida come capolista. Lilli si cinge la testa con la corona d’alloro della Giovanna d’Arco a mezzobusto e lascia momentaneamente la Rai gridando alla «anomala concentrazione di potere in un’unica persona». Folle in visibilio, titoli sull’«icona anti-Silvio», perfino un film («Lilli e il Cavaliere») sulla sua campagna elettorale. Lei in principio nicchia in difesa: «Macché duello, Berlusconi è già premier, a Strasburgo non può andare». Poi, però, le urne le consegnano il verdetto di un milione e 118mila preferenze (magari proprio perché il premier non poteva essere eletto) e allora a ben pensarci il duello è sacrosanto: «Berlusconi perisce per bulimia mediatica». Evviva la pasionaria dei knodel, Lilli GrUber Alles! «È la strada per sconfiggere il centrodestra. Mi batterò per il pluralismo dell’informazione». Seggio come indipendente del Partito socialista europeo, presenzialismo da competizione: un astro rossastro sembra sorgere nell’empireo di sinistra. I suoi libri si vendono come panettoni a dicembre.
Poi, qualcosa si arena. La Gruber si trasforma in Nanni Moretti e a chi le chiede cosa si fa al Parlamento europeo risponde: «Riunioni, discussioni, dibattiti, letture di documenti». Insomma, Lilli «vede gente, fa cose, si muove, conosce». Però nel 2006 si vota il referendum per la fecondazione assistita e un quotidiano altoatesino le chiede di contribuire al dibattito con un appello alle donne: «Non posso, sono in Iran per raccogliere materiale per il mio libro». Che per una devota di «diritti civili e parità» è come mancare alla messa di Natale per un cattolico. Pazienza, diventa presidente della delegazione per le relazioni con gli Stati del Golfo ma a Strasburgo di telecamere ne girano poche. Così l’ex telegiornalista prova a rientrare in Italia per la porta della politica, eletta nella Costituente del Pd. Ma nessuno la candida alle politiche. L’onda lunga del milione di voti è uno sciabordio da bagnasciuga.
E allora via, un bel comunicato sul suo sito per annunciare che «non mi ripresenterò nel 2009 e torno al mio lavoro di giornalista». Solo che Lilli non torna alla Rai, della quale è ancora dipendente, seppur in aspettativa. Se ne va a La7, a raccogliere l’eredità di Giuliano Ferrara a «Otto e mezzo». Sì, quel Ferrara il cui «Foglio» scriveva: «A Riad la Gruber ha davvero colto la drammaticità della condizione femminile islamica: non riusciva a trovare un parrucchiere». E quell’«Otto e mezzo» che si attesta su un onorevole 2,6% di share. Come dire, da una platea continentale a un intimo orticello di addetti ai lavori e raffinati spettatori. Però a viale Mazzini il tradimento non lo prendono con spirito olimpico. Anzi, c’è pure chi maligna che Lilli abbia chiesto al premier Berlusconi di scrivere la prefazione al suo libro per «convincerlo» a intercedere per la sua liberazione dalla Rai. Lei nega tutto e aspetta di ri-esordire in video. «Ho un profilo europeo naturale», diceva di se stessa. Ora le basta voltarsi di trequarti e mostrare l’altro. Caspita, assomiglia tremendamente a quello di Santoro...