Paradisi fiscali, la rivolta dei Paesi messi in purgatorio

Quelli «in nero» sono stati i soli a non farne un eccessivo dramma. Nel senso che per gli indisciplinatissimi Paesi - Costarica, Malesia, Filippine - in fondo mai nemmeno impegnatisi troppo a rispettare gli standard internazionali in materia fiscale, la decisione dell’Ocse di confermarli nella black list sembra averli lasciati tutto sommato indifferenti. Aveva reagito invece il governatore della Banca centrale uruguayana, Mario Bergera. Ma in serata l’Ocse ha depennato il Paese dalla lista nera perché si è impegnato formalmente a adottare gli standard di trasparenza chiesti dall’Organizzazione in campo fiscale.
Molto diverse, invece, le reazioni di chi ha visto finire il proprio nome nel lungo elenco - complessivamente ci si sono ritrovati in 38 - della cosiddetta «lista grigia», sorta di purgatorio dove l’Organizzazione per la cooperazione economica ha deciso di parcheggiare i Paesi in via di ravvedimento forzoso (onde evitare sanzioni), se non proprio di sincero pentimento, ma ancora da considerare nel novero dei «peccatori».
Un colore, il grigio, che a dispetto di un luogo comune molto caro ai sarti, non sembra andare bene su tutto. Di certo non su tutti. Furibondo della collocazione, per esempio, si è dichiarato il Lussemburgo, che ha alzato la voce da Praga (dove è in svolgimento l’Ecofin informale), affidandola al suo primo ministro, Jean Claude Juncker. Il quale, essendo anche presidente dell’Eurogruppo, si è trovato così nell’imbarazzante condizione di imputato. Perdipiù seduto vis-à-vis, allo stesso tavolo, con i «mastini» Francia e Germania. Ovvero proprio con i due Paesi che più hanno spinto all’interno del G20 per severe misure sanzionatorie contro quelli che in materia di fisco chiudono invece più di un occhio. Juncker ha contestato il metodo, ha cercato di sminuire il peso della lista (annunciando comunque iniziative per uscirne in fretta) e si è inoltre scagliato (e non si può dargli torto) contro la mancata inclusione nella stessa di tre Stati americani - Delaware, Wyoming e Nevada - notoriamente di manica fiscalmente molto larga.
A rammaricarsi vivacemente (e prevedibilmente) per il modo usato dall’Ocse nel compilare le liste dei buoni e dei più o meno cattivi, è stata la Svizzera, che per bocca del suo presidente e ministro delle Finanze, Hans-Rudolf Merz, ha «preso atto» della decisione di essere stata confinata nella zona grigia, ricordando però che il governo di Berna si era già detto pronto a rinegoziare le convenzioni sulla doppia imposizione fiscale da sottoscrivere con altri Paesi.
La buona volontà in questo senso, dimostrata nelle settimane scorse, non ha comunque escluso dalla lista grigia nemmeno Liechtenstein, Andorra, Belgio e Austria. Ma con conseguenti e ben diverse reazioni. Vienna si è infatti definita soddisfatta di questa collocazione per il semplice fatto di aver così evitato di finire nella lista dei peggiori, quella nera. E ha annunciato che «metterà in atto senza ulteriori ritardi» gli impegni presi a marzo per allentare i vincoli del segreto bancario in caso di «fondati sospetti» di frodi fiscali. Ciò non ha impedito al ministro delle Finanze, Joseph Proell, di rassicurare quantomeno i suoi connazionali, sottolineando che comunque per loro «il diritto al segreto bancario non è stato contestato». Più rassegnato che inviperito è apparso invece il ministro delle Finanze di Bruxelles, Didier Reynders, limitatosi a definire «non molto piacevole» la compagnia in cui si è ritrovato il suo Paese.
In extremis, dopo un braccio di ferro tra la Francia e il presidente Usa Barack Obama, a essere promosse dalla lista nera a quella grigia sono state a sorpresa anche Macao e Hong Kong, amministrazioni speciali cinesi. Tutto per un cavillo circa la legittimità dell’Ocse - definita da Pechino «un club di Paesi ricchi» - a stilare le liste. Ci vanno bene, hanno di fatto intimato i cinesi, se a vidimarle sarà però il G20. E così è finita. Per l’impuntatura di un «finto» Paese povero.