Il Paradiso che c'è (e potrebbe non esserci più) chiede aiuto all'Onu

Il presidente delle Kiribati preoccupato per l'Oceano che sta sommergendo l'arcipelago. Falde acquifere inquinate, villaggi evacuati: i centomila abitanti potrebbero salvarsi soltanto se verrà progettata un'isola artificiale. Il segretario generale dell'Onu: «Chi non crede al riscaldamento globale dovrebbe venire qui»

Non credere alle brutte notizie magari serve a non vedere. Aiuta forse a rimuoverle, di sicuro a non stare in ansia. Ma le cose poi accadono lo stesso. Così andrebbe ascoltato - e non rimosso - il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, che poco tempo fa è stato nelle remote isole Kiribati (pronuncia: Kiribàs, quasi come il celebre marchese del gatto con gli stivali).
Si tratta di uno stato indipendente della Micronesia, a cavallo dell'Equatore e della linea di cambiamento di data, circa 1.500 km a nord delle Fiji. Trentatrè isole (tutte atolli, con la sola eccezione di Banaba), disperse su una zona marittima di circa 3,5 milioni di km quadrati e spartite in tre arcipelaghi assai distanti tra loro (Gilbert, Fenice, Sporadi equatoriali). Solo 21 di queste isole sono abitate in modo permanente.
Un paradiso, ovviamente, e come tutti i paradisi in terra sempre sull'orlo del precipizio verso l'inferno. Ban Ki-Moon non è andato in vacanza, nella capitale Sud Tarawa. E ha commentato: «Chi dice che il cambiamento climatico è una cosa di là da venire dovrebbe visitare questo posto. Così potrebbero toccare con mano che sta già lambendo i nostri piedi, letteralmente, a Kiribati e altrove».
Qualche anno fa l'inferno si è materializzato sotto gli occhi degli abitanti: quando l'oceano, incessantemente, ha preso a salire. Molti villaggi sono già stati evacuati, ma è l'intera nazione che rischia di scomparire dalla faccia della terra per colpa del cosiddetto «effetto serra» e dell'innalzamento delle maree conseguente allo scioglimento dei ghiacciai. Fenomeni che per molti stanno ancora tra la leggendaria Araba fenice e Babbo Natale.
Due anni fa pare che le acque salmastre dell'oceano abbiano messo in pericolo anche il palazzo presidenziale e il presidente Tong ha dovuto spostarlo un po' più su, come racconta un bel reportage del «Corsera». Anche i circa centomila abitanti rischiano di trovarsi senza casa (e già in molti posti senz'acqua, inquinata dal sale), tanto che la soluzione cui Tong sta lavorando pare che sia un avveniristico progetto di isola artificiale. Che spunterebbe dal nulla per ospitare il suo popolo. Un'isola che costerebbe almeno un paio di miliardi di dollari: tanto, per uno stato che conta soprattutto sulle entrate dei turisti (che non sono poi molti, vista l'esclusività del luogo). Così il presidente è andato in Nuova Zelanda per cercare una soluzione e da Aukland ha chiesto aiuto alla comunità internazionale. Affinché aiuti Kiribati, Tuvalu, Seychelles, Marshall e le tante isole che hanno l'acqua alla gola. È vero, si tratta di atolli e isole coralline, per il momento. Ma a questo ritmo sarebbe saggio prevedere, per i nostri figli, villeggiature soltanto in case di montagna. Aspettando che si materializzi lo Yeti, perché non si è avuto il coraggio di vedere ciò che si muoveva sotto i nostri occhi. E i nostri piedi.