Il paradiso degli eterni secondi

Hackett toglie il record a Thorpe negli 800 sl, Warnecke domina i 50 rana a 35 anni: «Nuoto finché corre Schumi»

Sono l’ideale antidoto alla depressione. Un vecchione che si beve i teenagers quando tutti gli dicono: pensa alla pensione. Senza aver mai vinto mondiale o Olimpiade. Uno squalo d’acqua che perde i denti solo quando incrocia quel tonno di Ian Thorpe: finora il conto dice che dal 1997 ad oggi è finito 14 volte secondo a fronte di 16 vittorie della torpedine nei 400 stile. Eppure mai disperare. E quelli che arrivano secondi, stavolta guardano tutti dall’alto in basso.
Grant Hackett, lo squalo australiano delle distanze lunghe, è un Belloni molto sui generis. Secondo sì, ma solo a Ian Thorpe. E stavolta ha nuotato come volesse infilare sott’acqua la testa del tonno, senza tirarla più su. Era Thorpe, infatti, l’uomo invisibile che Hackett ha inseguito nei suoi 800 metri, la specialità, insieme ai 1500 m dove non perde da sette anni, in cui è re e padrone. Hackett, figlio di poliziotto, a tre anni sul surf, a quattro in piscina per tutti gli altri ventuno della sua vita, ha liberato la potenza del motore, motoscafo inavvicinabile per tutti finché non ha toccato la piastra, guardato verso il tabellone e lanciato l’urlo di guerra, sollevato le braccia con la soddisfazione di uno che s’è tolto un peso: l’oro era vinto, ma Thorpe battuto. Quel tempo (7’38”65) valeva il record del mondo che fino a qualche attimo prima apparteneva all’altro (7’39”16).
Gara da superman: primi 100 metri in 54”38, ovvero meglio di John Devitt, l’uomo che vinse i 100 metri ai Giochi di Roma 1960, i 200 in 1’51”89, quasi un secondo più veloce di Mark Spitz nei 200 ai Giochi di Monaco 1972. Tempi da «The machine», che poi è il suo soprannome, l’uomo che tutto travolge. Ed ora l’unico, con Thorpe, ad aver vinto sei titoli mondiali. Solo nella classifica dei cannibali (15 medaglie) con Thorpe che, anche qui, comincia a guardarlo di spalle. Così bello da non poterlo nascondere e raccontare. «Battere un record di Ian è una cosa speciale perché ha una credibilità extra».
Meravigliose storie di uno sport dove tutto sembra ingoiato di attimo in attimo dalla gioventù, dalla carta d’identità, dal tempo e dai tempi che cancellano anche le sensazioni. Ma poi c’è sempre il filo dei sentimenti e delle stravaganze umane che prende nettamente il sopravvento sulle macchine da record. E così anche la storia di Mark Warnecke, traumatologo tedesco di Essen, una vita nel nuoto acchiappando risultati nei 50 rana, l’unica specialità per cui deve valer la pena di non invecchiare. Il suo oro, primo fra mondiali e olimpiadi, è diventato una lezione per chi non ha cuore o non ha forza d’animo. In questo mondo di adolescenti, Warnecke è un allegro nonnetto di 35 anni, labbrone da cernia umana, ovvero un Labbrosauro, dicevano gli azzurri a Sydney, che quest’anno, a dicembre, pesava 14 chili in più rispetto al suo peso forma (circa 95 kg): gigante ben strutturato, non un panzone che va a birra.
Il nuoto non era più cosa sua. Pensava. Poi quando ha visto i tempi in vasca, s’è fatto riprendere dalla folle idea. Perché non riprovarci. Il corpaccione si è affusolato, 4 km al giorno di corsa, un allenamento centrato solo sui 50 metri, ed eccolo filare verso l’oro che ne ha fatto il più anziano vincitore di titolo mondiale davanti a un americano di 23 anni (Gangloff) e a un giapponese di 22 (Kitajima). E ieri, a chi gli chiedeva quando ti ritiri? Rispondeva tra realtà e sarcasmo: «Forse tra 20 anni. O almeno fino a quando continuerà a correre Michael Schumacher».\