Il paradosso di Belzebù

Il potere logora chi non ce l’ha. E, di questi tempi, anche un solo voto è potere. Fin qui è tutto chiaro. Un po’ meno logico è il percorso politico di Giulio Andreotti - inventore della massima di cui sopra - il quale, nel breve spazio di una settimana, passa da affossatore a salvatore del governo Prodi. Si badi bene, senza che nulla sia cambiato. È cronaca, fredda e asettica, che egli sia stato uno dei protagonisti della débâcle dell’esecutivo in Senato. Si parlava della base di Vicenza, politica estera. Il vecchio senatore votò contro. Non tanto per sostenere gli Stati Uniti d’America ma per essere vicino al Vaticano. Sostengono i maligni. Dispiace doverlo citare per la seconda volta: a pensare male si fa peccato ma raramente si sbaglia. I commentatori politici legarono il suo «no» al disegno di legge sui Dico. Conclusione forse affrettata, ma il già sette volte premier e diciannove volte ministro non l’ha smentita.
E per dimostrare che la tesi non era poi così tanto strampalata, domenica, ha concesso interviste a La Repubblica, al Corriere della Sera e a La Stampa (tre importanti quotidiani che paiono avere molto a cuore la sorte del professore bolognese) per rimarcare il proprio disappunto nei confronti di un’iniziativa del governo che non piace a lui, al mondo cattolico e, soprattutto, al Vaticano. Interviste per spiegare perché la sua opinione nei confronti del governo Prodi sia cambiata fino a ribaltarsi da mercoledì 21 febbraio ad oggi, anzi meglio a domani, mercoledì 28, quando al Senato Andreotti darà al proprio voto il potere di far continuare il cammino di questo traballante esecutivo e della litigiosa maggioranza che, se non riesce a sostenerlo, almeno tenta di puntellarlo.
L’ex Belzebù della politica italiana, come non avesse mai attraversato i complicatissimi ghirigori dialettici del lessico democristiano, ancora una volta è stato chiarissimo: darò la mia fiducia a Prodi perché dal programma del suo governo ha tolto i Dico. «Ho visto che i matrimoni omosessuali, diciamo così - ha dichiarato l’eterno Giulio -, sono stati accantonati. E questo è condivisibile. Dunque penso non dovrebbero esserci difficoltà per il governo ad andare avanti. Ora staranno più attenti e la smetteranno pure con gli attacchi al Papa». Contento lui, il mondo cattolico e, soprattutto, il Vaticano.
Chiaro? Assolutamente no, non si capisce perché dovrebbero essere contenti. Proprio ieri, infatti, il ministro Pollastrini ha ribadito che entro quindici giorni la legge sui Dico dovrebbe essere discussa in Senato. E che, se non figura tra i dodici punti fissati da Prodi, è unicamente perché in quel programma si parla del futuro, mentre i Dico sono già il presente. Insomma, il governo su questo disegno di legge ci ha messo la faccia e la parola. Non trattasi di pensiero isolato. Il leader diessino, Fassino, ha ripetuto lo stesso concetto: i Dico sono già una realtà.
E allora, si chiederà insieme con noi il lettore, se nulla è in realtà cambiato nei programmi e nelle volontà di Prodi, dei suoi ministri e dei partiti che rappresentano, che cosa è cambiato in Andreotti? Perché il vecchio senatore a vita, che non s’era fatto problemi a motivare il proprio «no» alla politica estera di D’Alema e del governo come rappresaglia per lo «sgarbo» al mondo cattolico, ora la pensa esattamente all’opposto di una settimana fa? Se i Dico e «le offese al Papa» erano la muraglia insormontabile che dividevano lui e questa rissosa maggioranza, quale novità a tutti noi sconosciuta gli ha fatto così repentinamente invertire la rotta?
Di certo pare assolutamente incredibile che Giulio Andreotti, protagonista nel bene e nel male della storia di questo Paese, sia stato «preso» come un Follini qualsiasi. Incredibile pure che non sia informato di quanto si preparano a fare i suoi nuovi sodali. E ancora più incredibile che il senatore a vita possa commettere, con il proprio voto, un «peccato mortale» imperdonabile per l’alta gerarchia ecclesiastica. Certo, potrebbe pensare che questo disegno di legge è destinato ad affondare durante il suo iter parlamentare, ma un politico d’esperienza sa bene che in aula non si può scommettere sul domani. Che cosa nasconde, dunque, Andreotti? Una risposta alla curiosità e all’incredulità di milioni di italiani la dovrebbe dare. E non solo perché di etica si parla. A meno che non si tratti di una delle sue micidiali battute a sorpresa, magari da raccontare mercoledì al Senato...