IL PARADOSSO DELL’UNIONE

Gli elettori si interrogano quale sia la vera ragione dello scontro tra Prodi e Rutelli che sta portando alla frantumazione della Margherita, quello che dovrebbe essere il pilastro di centro dell'Ulivo o, se si preferisce, della cosiddetta «Unione», un nome che è un paradosso.
Qualcuno pensa che si tratti solo di una lite tra personalità diverse che si contendono la leadership del partito. L'impressione è veritiera solo in minima parte. È sì vero che il professore di Bologna, con il riflesso del vecchio indipendente di sinistra, vuole la lista unitaria di tutto l'Ulivo in maniera che non si possano contare le sue truppe, e invece che il più giovane leader romano si batte per una lista autonoma nel proporzionale in modo da far valere all'interno della coalizione i suffragi più moderati in gran parte provenienti dall'ex sinistra democristiana. Ma, in realtà, v'è pochissimo scontro di impostazioni ideali, di visioni politiche e di obiettivi programmatici poiché le divergenze si arrestano alla soglia della pura tattica elettorale. La ragione della lotta di tutti contro tutti nella Margherita dipende in verità dall'assenza pressoché totale di un programma condiviso e di una strategia a lungo respiro in grado di rappresentare una decente piattaforma di governo. Prodi e Rutelli litigano non perché hanno visioni diverse su ciò che vorrebbero fare domani nel governo di un eventuale centrosinistra vincente, bensì per la ragione opposta, cioè per l'assenza di solide differenze politiche tra loro. Le liti e le scomuniche sono tattiche. Per rendersene conto basta leggere le dichiarazioni dei due leader.
Questa l'argomentazione di Prodi: «Non posso obbligare la Margherita ad avere una linea diversa da quella che ha deciso ma io credo che ci voglia altrettanto rispetto per la mia posizione in cui io cerco di portare avanti la lista unitaria con coloro che condividono la medesima linea». E questa la replica di Rutelli: «Addolora e preoccupa che una componente della Margherita non escluda uno scisma. Ci batteremo per scongiurarlo perché sarebbe un fattore di divisione e crisi per tutto il centrosinistra. Ribadiamo che su queste basi sia possibile dare a tutti e da parte di tutti, incluso Romano Prodi, la garanzia di unità, collaborazione e fiducia comuni».
Mi sembra che si sia tornati al lessico partitico di una volta. In altri tempi si sarebbe parlato di «aria fritta». Qualcuno saprebbe dirmi in cosa si differenziano Prodi e Rutelli nella politica economica, nella politica estera, nella politica istituzionale? Qualcuno saprebbe spiegare come i due esponenti, che dovrebbero rappresentare il centro nella coalizione, si pongono nei confronti di Bertinotti, Cossutta, Pecoraro Scanio e compagni? La dialettica politica, quando è reale, costituisce qualcosa che arricchisce partiti e coalizioni. Quando invece si parla solo di unità e scissioni, siamo al puro balbettio. Ciascuno ha maggiore o minore simpatia per l'immagine dei dioscuri separati della Margherita. Ma quel che più preoccupa è che, dietro al cosiddetto partito centrista che si propone alla guida del governo nell'alleanza di sinistra, non si intravede alcuna coerente e affidabile direzione di marcia. La debolezza politica e programmatica sia di Prodi sia di Rutelli, e l'aspra divaricazione dei rispettivi gruppi, fanno ritenere che l'eventuale governo dell'Ulivo o del centrosinistra, riposerebbe sostanzialmente nelle mani dei più decisi Democratici di sinistra, a loro volta condizionati dalla sinistra radicale. Verrebbe la voglia di dire che a beneficio della democrazia tutta sarebbe tempo che anche nella Margherita si passasse dai nominalismi e personalismi al confronto politico e programmatico. Perché, quale che siano i risultati delle prossime elezioni, il Paese ha diritto di sapere a chi si affida e per cosa si appresta a votare.
m.teodori@agora.it

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